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Società mediatica contro il senso d'appartenenza

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Èin gioco, tra l'altro, il confronto tra la nuova concezione della società mediatica e l'antichissima teoria (che è, poi, soprattutto un sentimento) dell'appartenenza. La serata del 22 maggio a cui abbiamo assistito prima, durante e dopo la finalissima della Champions tra l'Inter e il Bayern, resterà nella memoria di tutti (quanto meno di italiani tedeschi e spagnoli) come una specie di sublimazione di una partita di calcio, esaltata non solo dell'immensa folla degli spettatori vicini e lontani e dall'importanza della posta in gioco, ma soprattutto dalla correttezza esemplare con cui si sono affrontate le due protagoniste, dinanzi ad un pubblico entusiasta. (L'incidente, costato la vita ad un sessantenne, è accaduto, manco a dirlo, in Italia). Eppure lo schema tattico sul quale la sfida è stata disegnata da Mourinho, contrapponendo alla manovra piuttosto normale dei tedeschi una specie di catenaccio di lusso con una difesa impenetrabile e un contropiede micidiale (soprattutto sulla direttrice Sneider-Milito), questo schema avrebbe potuto esasperare il Bayern a indurlo ad accentuare il gioco duro. Così, invece, non è stato e anzi, alla fine, allenatori e giocatori si sono scambiati complimenti ed abbracci, in nome di antiche frequentazioni ma anche di un reciproco rispetto. È un aspetto di questo straordinario appuntamento sportivo sul quale, forse, farebbero bene a meditare nel nostro Paese sia gli uomini politici che taluni colleghi, votati all'opposizione come ad una crociata moralistica e alla maggioranza come ad un investitura divina. Naturalmente, qualche cronista ha ricordato che l'Inter non vinceva la Coppa dei Campioni dall'epoca di Helenio Herrera ed ha paragonato, con qualche ragione, la tattica di quella formidabile squadra allo schema di Mourinho, come se in qualche modo la rivoluzione atletica e agonistica del calcio olandese, fosse stata superata con un ritorno al passato. Ma, a ben riflettere, non è affatto così: i giocatori del tecnico portoghese sono, prima di tutto formidabili e velocissimi atleti, compresi gli esecutori del contropiede. Per realizzarlo, però, non bastano la modernità dell'allenatore e le caratteristiche dei giocatori, occorre un'organizzazione sociale che ai tempi di Angelo Moratti e del geniale Acca-Acca stava appena nascendo e proprio per merito loro, ma era ben lontana da quella attuale ed esigeva un impianto assai più snello. È questa la riflessione che, insieme ad altre considerazioni relative alla Nazionale azzurra, ci induce a chiederci come è possibile applicare la disciplina e i mezzi del grande club professionistico alle rappresentative federali scelte e riunite saltuariamente, con i giocatori distratti dagli asfissianti impegni dei club, anche se grati di una convocazione che esalta la loro professionalità e l'attaccamento al Paese. Lippi dovrà essere ancora più bravo di quattro anni fa, con i limiti di sempre che conosciamo e con quelli creati, come dimostrano gli stupidi incidenti di Venaria, dell'intolleranza dei tifosi.

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