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Lo schianto di Monaco che dilaniò il Manchester

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Vittima, il club calcistico nato nel 1878 su iniziativa delle maestranze di un'azienda costruttrice di vagoni ferroviari e progressivamente divenuto padrone assoluto dei cuori stipati sulle tribune dell'Old Trafford. L'aereo della BEA, atterrato nella città tedesca per un rifornimento previsto dal piano di volo e con un nome, Lord Burghley, evocante l'olimpionico dei 400 ostacoli dei Giochi del 1928, proveniva da Belgrado, dove la squadra britannica, guadagnandosi l'ingresso in semifinale, aveva concluso 3-3 l'incontro di Coppa Campioni con la Stella Rossa locale. In situazioni climatiche difficili, l'aereo provò inutilmente, per due volte, il decollo, riuscendovi solo al terzo tentativo. Subito, da uno dei motori scaturirono fiamme: alberi sfiorati, tetto d'una casa scoperchiato, schianto su un capannone deposito di infiammabili. L'Inghilterra e il calcio mondiale piansero gran parte della squadra che aveva vinto i campionati del 1952, 1956 e 1957: Roger William Byrne, Geoffrey Bent, Edward Colman, Mark Jones, William Whelan, Tommy Taylor, David Pegg, Duncan Edwards. Con i giocatori, trovarono morte l'allenatore Tom Curry, il preparatore Bert Whalley, il segretario del club Walter Crickmer e un inviato del Daily Mirror, Archie Ledbrooke. Tra gli scampati, sia pure ferito gravemente, Matt Bubsy, scozzese di Bellshill, tecnico e manager della squadra dal 1945, che a partire dal 1960 contribuirà ad alimentare la passione per i diavoli rossi, i celebri «Red Devils», tra le più forti compagini continentali. Fruiva, il tecnico, di fuoriclasse come Bobby Charlton, a lungo uomo-guida della squadra (758 presenze, 249 realizzazioni) oltre che della rappresentativa nazionale, avendo trascinato la squadra inglese - l'anno fu il 1966, lo stadio quello familiare di Wembley - alla conquista della coppa del Mondo, al termine di una discussa finale contro la Germania, uscita perdente anche a causa di una rete che più d'un osservatore giudicò inesistente. Tra le persone vittime dell'incidente, un secondo giornalista, Frank Swift. Dieci anni prima, allo stadio comunale di Torino, era stato portiere e capitano dell'Inghilterra che aveva inferto alla nazionale italiana forse la lezione più severa della sua storia, mortificandola 4-0. Quel giorno del 1948 neanche la più maligna profezia avrebbe potuto immaginare la sorte identica e sciagurata che avrebbe segnato la vita dei due capitani schierati al centro del campo per i saluti di rito, Swift e Valentino Mazzola. Nei giorni successivi allo schianto di Monaco, non mancarono le polemiche. E ci fu anche chi, memore della tragedia di Superga, archiviata con l'intera squadra torinese penosamente cancellata dall'albo dei vivi, criticò paradossalmente la scarsa avvedutezza dei dirigenti del Manchester, colpevoli di non aver utilizzato due aerei. Nella polemica si distinse in particolare Brian Glanville, commentatore noto anche agli appassionati italiani per la sua lunga collaborazione con il Corriere dello Sport, che scrisse, letteralmente, di «pazzia dei dirigenti». Dovettero passare otto anni prima che la squadra guidata da Busby salisse nuovamente al vertice nazionale, e dieci per la conquista della Coppa dei Campioni, avendo, oltre Bobby Charlton, fuoriclasse quali Dennis Law e George Best. Sarebbe toccato più avanti ad un altro scozzese, Alex Ferguson, fare del Manchester una inarrestabile costruttrice di successi.

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