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Rai sempre usata dalla sinistra per combattere i suoi avversari

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Foto: Ansa

Paola Sacchi
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L'uso del servizio pubblico contro gli avversari politici da parte della sinistra (allora quella Dc in buoni rapporti con il Pci, le uniche forze salvate da "Mani pulite", dopo cambi di nome, confluite nell'Ulivo, infine Pd) iniziò in modo clamoroso nel 1986 in prima serata su Rai1. Presidente, nominato da poco, il socialista Enrico Manca, direttore generale il potentissimo Biagio Agnes molto legato al dc Ciriaco De Mita, a Fantastico7, condotto da Pippo Baudo, il comico Beppe Grillo se ne uscì con l'offensiva e feroce battuta che dava dei ladri ai socialisti, in viaggio in Cina con il premier Bettino Craxi. Risate e sfottò. Fa niente se poi anni dopo si seppe che lo stesso Bernardo Bertolucci, che craxiano non era, aveva ringraziato il premier, leader del Psi, per essere riuscito, oltre alle tante cose utili alla nostra economia, a strappare ai cinesi la possibilità di girare sequenze significative del film "L'ultimo Imperatore" nella Città Proibita. Cosa ricordata nel libro della Fondazione Craxi per Mondadori "Craxi, uno sguardo sul mondo".

 

 

Quell'insulto di Grillo ebbe un effetto devastante nell'immaginario collettivo. È rimasto impresso per anni e anni a Craxi e i suoi come un marchio, una patente di infamia. Grillo fu rimosso dalla Rai e, comunque, la pagò con un lungo esilio. Ma, secondo fonti autorevoli, non fu Craxi a dare l'ordine di cacciarlo. E, comunque sia, quello fu l'aperitivo dell'unidirezionale circo, più che circuito, politico-mediatico-giudiziario contro gli avversari della sinistra comunista, post-comunista, catto-com e quant'altro. Ne sa qualcosa Bruno Vespa, la cui carriera non si intreccia politicamente con lo statista socialista, piuttosto con il suo merito professionale, che dieci anni dopo nel 1996 osò, unico della tv pubblica e privata, andare a Hammamet per intervistare Craxi, in esilio, ovvero rifugiato politico dello Stato della Tunisia, quale era il suo status. La diretta fu negata, l'intervista andò in onda, dopo infuriate polemiche, a tarda ora. Ma fu seguitissima per il valore professionale dell'intervistatore e naturalmente il peso politico dell'intervistato. Per arrivare ai nostri un po' più modesti giorni, il dato oggettivo che emerge è che da sempre la sinistra dei vari tipi spadroneggia in Rai usando il denaro pubblico per le sue campagne. E così da Craxi si passa a Silvio Berlusconi come bersaglio fisso del cosiddetto "giornalismo d'inchiesta". Ma qui al posto di Bob Woodward e Carl Bernstein (seppur sul Watergate ci sarebbe ancora molto da discutere) abbiamo avuto Watergate alle vongole. Tutti gli uomini del Cefalù al posto di "Tutti gli uomini del presidente". La stessa inchiesta di "Report" contro Antonio Di Pietro finì in fuffa. Così come quella contro Matteo Renzi. E poi e poi... fino alle "inchieste" contro la famiglia Meloni, la Lega di Matteo Salvini, il partito, come ha denunciato "Il Tempo", fatto più oggetto di accanimento, a giudicare dai numeri delle "inchieste".

 

 

Il baluardo è stata sempre Rai 3, con il Tg detto "Telekabul" come la Bibbia. Ma non solo. Importanti conduzioni su reti ammiraglie affidate a giornalisti rigorosamente di sinistra. Ma, l'allora direttore del Tg1, Augusto Minzolini, maestro con Guido Quaranta dell'Espresso dei giornalisti parlamentari segugi sfrontati dei politici, fu rimosso in malo modo, perché in estrema sintesi voluto dal premier Berlusconi. Alla fine, dopo una complicata telenovela giudiziaria che vide tra i giudici anche ex esponenti di sinistra, se ne andò lui. "Minzo", il direttore, del resto, fu subito messo in croce per le stesse scelte sugli organigrammi. I nostri Woodward e Bernstein sono stati altri, da Michele Santoro, almeno un po' istrionico, a Sigfrido Ranucci. Le famigerate "destre" in tutti questi anni hanno in realtà avuto al confronto frattaglie nel servizio pubblico, impegnato contro gli avversari della sinistra. A spese nostre. Da Grillo, poi fondatore del Movimento 5 Stelle, a Roberto Benigni, di ben altro livello sul piano professionale, ma autore di veri comizi politici anche a Sanremo. Sarebbe il caso di dire: un po' più di pluralismo mai? E la chiamavano "TeleMeloni".

 

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