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Riabilitazione robotica, il convegno internazionale al San Raffaele Roma

Il convegno internazionale sulla riabilitazione robotica al San Raffaele Roma con i massimi esperti al mondo. L'appello: "Sono necessari più investimenti"

Silvia Sfregola
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Tecnologia avanzata, robotica, intelligenza artificiale e terapie digitali, il futuro è già presente e dipende da diversi fattori, che mettono al centro la ricerca e l'interazione multisettoriale con un'alta specializzazione e formazione. Un lavoro ben avviato che dovrà spiegare tra l'altro in che modo il robot influenza e interagisce con il sistema neurologico e cerebrale del paziente e che pone anche un'altra questione da affrontare, quella dei costi, della sostenibilità e dell'utilità evidente di investire. Nella giornata dedicata alla "Riabilitazione: una sfida futura della Robotica" si è parlato di questo, di un presente che ha già risposto ad alcune domande, grazie alla ricerca, ma che pone nuovi quesiti a cui dare risposta. L'iniziativa organizzata dall'IRCCS San Raffaele Roma e dall'Università Telematica San Raffaele Roma ha visto la capitale italiana diventare almeno per un giorno la capitale mondiale della riabilitazione robotica, grazie alla presenza dei massimi esperti del settore a livello internazionale impegnati in un confronto che prelude a nuove collaborazioni, come peraltro auspicato dal presidente scientifico del convegno Prof. Marco Franceschini, (nella foto) Responsabile Ricerca Riabilitazione Robotica dell'IRCCS San Raffaele Roma, presidente della Commissione Ricerca della società internazionale di Phisical medicine and Rehabilitation PM&R e membro onorario della Società italiana di Neuroriabilitazione. "Un'occasione importante di confronto anche sulla riabilitazione neurologica in vista della consensus conference – ha sottolineato Piero Fiore, Presidente della Società Italiana di Medicina Fisica e Riabilitativa – organizzata dalla Sinfer. Per questo ringrazio gli organizzatori per aver organizzato un evento a cui la società partecipa volentieri". Tra i relatori, Hermano Igo Krebs, per anni al Massachusetts Institute of Technology (MIT) uno dei padri della Riabilitazione robotica, ben noto per il Mit Manus e le numerose ricerche nell'ambito della neuro riabilitazione robotica, il quale ha fatto il punto sulla validità dimostrata da diversi strumenti robotizzati. Da Roma lancia un messaggio il presidente ISPRM International Society of Physical and Rehabilitation Medicine Walter Frontera, dell'Università di Porto Rico, già Presidente e fondatore del Dipartimento di PM&R della Scuola di Medicina di Harvard, dell'Università Vanderbilt e Preside della Facoltà di medicina dell'UPR: “Le nuove tecnologie e la robotica hanno dimostrato in diversi casi di avere un forte impatto , assicurano economie di scala e sono sicure per i pazienti. Penso che ciò che abbiamo imparato fino ad ora è che lo sviluppo di queste tecnologie è molto promettente, ad alto impatto e quindi abbiamo bisogno di investire nella ricerca per lo sviluppo della tecnologia, per perfezionarla. E' una'area molto importante della riabilitazione. Credo che l'Italia abbia fatto da apripista e che sia un buon investimento non solo in Italia, perché l'impatto dello sviluppo di queste tecnologie nella riabilitazione si spingerà attraverso il globo, in ogni Paese del mondo. Quindi è un buon investimento sia per il pubblico che per il privato”. Si è parlato del futuro ma anche del presente che offre diverse strumentazioni robotizzate, molteplici possibilità di applicazione, “che sta avendo un impatto positivo sullo sviluppo della riabilitazione – sottolinea ancora Frontera – ma credo che ci siano ancora diversi gaps, domande che necessitano risposte prima di poter dire che questo sarà lo standard delle cure riabilitative. Penso che abbiamo bisogno di miglioramenti nella tecnologia ma abbiamo bisogno anche di capire come questa si interfaccia e interagisce con il paziente. Questo prenderà più tempo. In generale nel futuro della riabilitazione la tecnologia sarà protagonista. Ci sono poi altri aspetti importanti che hanno a che fare con lo sviluppo, la sicurezza e le capacità del device, e poi bisogna se il paziente l'accetta. C'è la questione dei costi, che sono alti, bisogna chiedersi se possiamo fare in modo di rendere queste terapie accessibili a tutti quelli che ne hanno bisogno; a questo si aggiunge l'aspetto della formazione. Ci sono molte componenti che vanno considerate”. Una posizione condivisa da Marco Franceschini, “un aspetto primario da affrontare, avendo ormai un uso più diffuso è quello dei costi da abbassare. La pratica da seguire nell'approccio alla cura va incentrata sull'eccellenza del trattamento del paziente con disabilità – afferma il responsabile della ricerca in Riabilitazione robotica dell'IRCCS San Raffaele Roma- con un'ampia sperimentazione di protocolli riabilitativi nuovi e all'avanguardia. Su questa base l'IRCCS San Raffaele Roma, nell'area delle sue Unità Operative di Riabilitazione Neuromotoria, ha scelto di dotarsi di una serie di strumentazioni robotiche, che vengono spesso implementate o sostituite seguendo la scia dell'innovazione, che viene da noi anche testata. Guardando al futuro, bisognerà anche riuscire ad avere degli strumenti che possano far fare esercizi sempre più simili se non uguali alla attività motoria dell'essere umano per riprodurne il movimento. Dagli studi che vengono fatti a livello delle scienze di base, sono quelli più efficaci nel riprogrammare i centri corticali per avere un controllo dopo un ictus”. L'IRCCS San Raffaele Roma si è dotato di recente di due esoscheletri di ultima generazione per il trattamento dell'arto superiore e del cammino overground, che consentono di personalizzare il trattamento e di monitorare i progressi dei pazienti ad ogni sessione di riabilitazione; Indego e l'ultimo nato in casa Ekso e valuta con attenzione l'interazione tra robot e sistema nervoso del paziente. Di questo ha parlato il Prof. Paolo Maria Rossini, capo Dipartimento di Neuroscienze dell'IRCCS San Raffaele Roma. “La riabilitazione in generale e la riabilitazione robotica agiscono con due meccanismi principali. Favoriscono la plasticità buona del sistema nervoso, che è quella che a seguito di una lesione permette il recupero delle funzioni che sono state danneggiate e dall'altra contrasta la plasticità cattiva, che è quella che favorisce l'insorgenza e il mantenimento dei sintomi quali la spasticità, la distonia, l'epilessia focale, la sindrome dell'arto fantasma, per citarne alcuni. Il sito in cui questa azione si sviluppa sono le sinapsi,da una parte, cioè i punti di contatto tra neurone e neuroni, e i circuiti, dall'altra, perché i neuroni a seconda delle funzioni che sostengono (del movimento, della sensibilità che governa il linguaggio, la capacità di orientarsi nel tempo e nello spazio), sono mantenuti da circuiti, da reti formate da connessioni e nodi. Quindi questi due grandi pilastri: plasticità da una parte e connettività del cervello dall'altra, sono le due realtà del sistema nervoso su cui il robot con l'uomo programmatore e il medico, agisce progressivamente come uno scultore con la sua statua, scolpisce nuove connessioni o riattiva le connessioni danneggiate”. Gli esoscheletri sono al centro di diversi studi americani che evidenziano risultati positivi e sono utilizzati nelle terapie riabilitative, ma, osserva Alberto Esquenazi del Moss Rehabilitation Hospital di Philadelphia, “c'è ancora un uso molto limitato degli esoscheletri. Naturalmente mi piacerebbe che venisse esteso al massimo”. “C'è una crescita graduale di questi device – spiega Esquenazi, professore di medicina fisica e riabilitazione (PM&R) presso le università Jefferson e Temple - Dipartimenti di PM&R e di ingegneria biomedica presso la Drexel University, Past President dell'Accademia americana di Medicina fisica e Riabilitazione - che ha a che fare principalmente con la formazione e i costi. In futuro mi aspetto che questi strumenti abbiano dimensioni più piccole che siano più facili da utilizzare ed eventualmente che siano trasportabili e utilizzabili a casa dei pazienti per terapie domiciliari, in modo che possano fare una riabilitazione intensiva pur non essendo ricoverati in una struttura di riabilitazione intensiva”.

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