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capitale emblema della civiltà

Roma tra realtà e copia virtuale

Roma tra realtà e copia virtuale

Metabolizzando la lettura di “The Game” di Alessandro Baricco, mi sono venuti in mente alcuni spunti sul rapporto tra reale e mondo iper reale e sul contesto romano. In estrema sintesi, Baricco sostiene che non sono state le tecnologie a produrre un cambiamento estremo dell’umanità, ma è stata una rivoluzione mentale a produrre gli strumenti per realizzarla. Quindi, l’uomo ha affiancato al mondo reale uno iper reale, una sorta di copia digitale i cui confini - grazie a strumenti come i social network - diventano sempre più sfumati. Perché l’ha fatto? Per sfuggire alle rigidità del '900, che tante sofferenze e crudeltà hanno prodotto. L’uomo quindi ha cercato di evadere queste rigidità pensando ad un nuovo mondo da costruire: doveva essere semplice, flessibile, divertente. E digitalizzazione fu.

Pensiamo ad un fatto concreto: riuscireste a paragonare un bambino nativo digitale a un bambino analogico? Il primo ha una velocità mentale, una serie di stimoli esterni imparagonabili rispetto al secondo. Ragiona in maniera profondamente diversa, più intuitiva, creativa, ma di sicuro perde l’attenzione molto più facilmente, ha difficoltà ad individuare i confini del bene comune, si annoia se gli parli di Repubblica Romana (a meno che magari non gli crei una app o un gioco davvero eccellente a livello di interattività).

Fatta questa premessa, qui nessuno vuole fare un’arringa passatista, demonizzare i nuovi strumenti (che tutti usiamo anche con grande utilità personale), o annunciare cataclismi sociali (posto che il tema della frattura generazionale attuale, finché i nativi analogici vivranno - e speriamo a lungo – sarà un tema davvero molto delicato da affrontare); vorrei solamente porre un quesito a tutti noi.

Quanto tempo nella nostra quotidianità e nel nostro tempo libero dedichiamo al rapporto con la nostra città e quanto alla sua copia digitale? Quante passeggiate archeologiche, passeggiate semplici per i nostri vicoli, giri per musei, scampagnate nel nostro agro facciamo? E quanto tempo stiamo sui social a vedere le parodie Roma Nord vs Roma Sud, i meme sulle buche, sul traffico, le canzoni parodie? Temo di conoscere la risposta quantitativa.

Ciò risponde all’ovvia semplificazione che questo cambio di forma mentale -  supportata dai nuovi canali comunicativi - produce: ogni complessità, forma di cultura, trasmissione di sapere, vengono ghigliottinate. Si riduce tutto ad una esperienza mutilata e stereotipata. Il tema non è eliminare questo nuovo storytelling romano, ma valorizzare anche il resto. Perché quando sono in intimità con la mia città, io provo un senso di ristoro dell’anima e una forte adrenalina circolare nel corpo. Quando sono fagocitato dal frullatore social, provo un senso di appagamento ma anche di vuoto. Perché non calibrare bene il tempo dedicato a questi due mondi comunicanti? Perché non dare un’alternativa anche ai nativi digitali?

Proprio in base a questo rapporto di forza si capirà se e quanto la romanità sarà trasmessa ai ragazzi di oggi e a quelli di domani. Dobbiamo adattarci agli strumenti e trovare le soluzioni, a patto di non distruggere la realtà e il complesso mistero della nostra città. Perché se si tagliano le radici con il passato, Roma perde ogni funzione, ogni credibilità, ogni attenzione, ogni rispetto.

O forse li perdiamo noi. Perché Roma è emblema della civiltà, e se non riusciamo a conoscerla e ad amarla nella sua complessità, saremo sempre senza cittadinanza umana e degli uomini poveri in spirito.

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