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"Io buttato fuori con l'inganno"

Massimo cacciato dalla casa al Colosseo. Ma il palazzo dopo 2 anni è ancora abbandonato

Silvia Mancinelli
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Massimo da piccolo giocava a nascondino nel Colosseo ancora aperto. È nato e cresciuto tra via Frangipane e largo Corrado Ricci, da abusivo prima con la madre e regolare poi, ormai cresciuto e con famiglia al seguito. È l'eroe della resistenza datata 29 settembre 2016. Ventuno giorni prima, l'8, aveva accettato il suo personale armistizio lasciando il palazzo in via del Colosseo 73, dove viveva da 32 anni, fidandosi della promessa di un bungalow nel camping a Malafede. «Quando alle 13,30 sono arrivato con mia moglie e i miei figli lì davanti, sicuro di trovare la sistemazione che mi avevano garantito dopo lo sfratto, ho aspettato fino alle 19,30 sotto il sole - racconta Massimo Ruga Gentili -. Ho chiamato la persona che dal dipartimento mi aveva garantito un bungalow per liberare l'appartamento, ma mi ha liquidato dicendo che non se ne faceva più nulla. Ero in mezzo alla strada, con due donne e un ragazzino invalido con la 104. Non sapevo quale Santo pregare». La storia di questa famiglia italiana è una montagna russa che pare non fermarsi mai. Sono passati quasi due anni da quando, insediatasi la giunta grillina in Campidoglio, viene ordinato lo sgombero del palazzo a un passo dai Fori Imperiali. Massimo viveva lì insieme ad altre cinque famiglie, pagando ogni mese una indennità di occupazione. «Indennità di occupazione che però a me viene proposta come contratto di locazione 4+4 a tutti gli effetti - puntualizza Massimo - il 16 luglio 2015. Io l'ho accettata, firmata. Salvo sentirmi dire, l'anno scorso e sempre attraverso una lettera, che si trattava di un mero er- rore. Si erano sbagliati». Il cinquantunenne, allontanato da casa l'8 settembre quando il contratto firmato risultava ancora in essere e regolare, si vede negare anche l'alternativa del bungalow al prestigioso appartamento in via del Colosseo. A quel punto, con l'incubo di tornare a vivere in macchina come fu costretto a fare con la madre da ragazzo, decide di adottare le maniere forti, rompendo i sigilli e rientrando di fatto in casa sua. Passano 21 giorni, come detto, e gli agenti del gruppo SPE della Polizia Locale guidati dall'attuale comandante del Corpo, Antonio Di Maggio, irrompono alle 9,30 del mattino per buttar fuori lui, la moglie e la figlia approfittando del piccolo a scuola. «Mi hanno buttato i mobili dalla finestra, mi sono saliti sopra con i piedi, prendendomi a calci come un delinquente. Ho filmato tutto, ma era inutile ogni diretta, ogni parola, ogni pezzo di carta, bollettino pagato. La mia vita stava finendo e in parte è rimasta dietro quel portone murato, con i libri di mio figlio, i vestiti, i ricordi scam- pati al lancio dalle scale». Oggi quel palazzo color marrone bruciato, rovinato da crepe e intonaco cadente, è fermo da due anni. Le persiane sono chiuse, a eccezione di quella al primo piano della scala, rimasta socchiusa da quella mattina di fuoco. Mentre Massimo e la sua famiglia sono stati abbandonati da tutti, nonostante le promesse e telefonate di mera compassione. Ospiti in casa di un amico, sopravvivono da profughi nel loro Paese. Senza che nessuno indossi per loro una maglietta rossa.

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