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Il Madoff dei Parioli nega di conoscere clan della 'ndrangheta

Un'immagine del carcere penitenziario Regina Coeli

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Non ha mai avuto rapporti con la 'ndrangheta. Non sapeva che i milioni di euro che doveva investire erano riconducibili alla criminalità organizzata. Gianfranco Lande, il finanziere considerato la mente della «truffa dei vip», davanti al pm ha negato di aver mai avuto contatti con personaggi legati alla mafia calabrese. L'indagato, chiuso in una cella a Regina Coeli, dove beve un bicchiere di acqua al giorno, ha detto al pm Tescaroli di non conoscere neanche il senatore Marcello Dell'Utri e Flavio Carboni, coinvolto nell'inchiesta sulla presunta P3. E che non ha mai cercato di nuocere finanziariamente ai clienti delle società Eim, Dharma ed Egp. Ma gli investigatori della Finanza hanno un sospetto ben differente: dietro le somme di denaro investite (decine e decine di milioni di euro) ci possano essere prestanome della criminalità organizzata e l'ombra del riciclaggio di denaro sporco. La procura di Roma sta infatti indagando per verificare se siano stati o meno costituti all'estero fondi neri attraverso diverse società. Di fronte al magistrato, Lande, indagato insieme ad altri quattro amministratori, nei giorni scorsi aveva sostanzialmente ammesso alcune irregolarità nella gestione dei capitali dei circa 1.300 clienti di Egp italia e delle società collegate, sostenendo che gli investitori erano a conoscenza dei rischi. Gli inquirenti, inoltre, stanno per inoltrare rogatorie a Malta, Regno Unito, Svizzera, Lussemburgo, Jersey Island, Isole Vergini Britanniche e Bahamas per tentare di individuare il «tesoro». Il pm Tescaroli, nel corso dell'ultimo interrogatorio, che risale a tre giorni fa, ha chiesto a Lande chiarimenti sull'investimento di 14 milioni di euro che era stato fatto dal commercialista forlivese Giuseppe Giuliano Ricci, per il tramite del broker Matteo Cosmi. Il capitale fu depositato in una finanziaria svizzera, soggetto con il quale, ha sottolineato l'operatore finanziario, «mi sono interfacciato». L'arrestato ha poi ripetuto che furono restituiti solo sei milioni di euro, tanto da subire le intimidazioni e le minacce dai fratelli Paolo e Giuseppe Piromalli nonché di Antonio Coppola, che avrebbero rivendicato il denaro. Comportamenti sfociati, ha ricordato Lande, «in una denuncia per estorsione». E da qui l'inizio dell'inchiesta.

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