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Malata di Hiv dopo la trasfusione

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Sangue in provetta

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Entra in clinica per un intervento alla spina dorsale ed esce con un'infezione da Hiv. Una donna di 57 anni, mamma di due figli, avrebbe contratto la malattia dopo trasfusioni di sangue effettuate durante un'operazione presso una casa di cura. La causa del contagio dipenderebbe dall'uso di sacche di sangue che non erano contraddistinte dal codice a barre. Un'accusa che la struttura sanitaria ha immediatamente respinto, sostenendo di non essere responsabile del contagio. La donna, che abita insieme a uno dei due figli nel quartiere Tiburtino, da anni sta vivendo in una situazione di disperazione, si sente come se fosse stata condannata a morte: ha già tentato di togliersi la vita. È una malattia che ha provocato alla paziente gravissimi danni patrimoniali (è costretta a sottoporsi periodicamente ad analisi cliniche) biologici e morali a causa del cambiamento radicale della vita relazionale con i familiari dovuta al costante pericolo di contagio tra parenti. La terribile vicenda che sta vivendo la donna è cominciata nel luglio del 2001, quando viene ricoverata presso la casa di cura «San Giuseppe» per lombosciatalgia bilaterale. Secondo quanto scritto nell'atto di citazione presentato al Tribunale civile dall'avvocato della donna, il legale Pietro Martino, la paziente, dall'estate 2001 al maggio del 2002, è stata ricoverata tre volte presso la struttura sanitaria. All'inizio di maggio del 2002, la signora viene ricoverata invece presso un'altra casa di cura, dove, durante il ricovero, le vengono effettuati esami immunologici «e immunoenzimatici verso gli anticorpi Hiv 1 e 2, che davano esito positivo», si legge le documento depositato in Tribunale. Al momento delle dimissioni, alla donna veniva quindi diagnosticata «infezione da Hiv». Tutti gli accertamenti sierologici effettuati prima dell'ultimo ricovero erano risultati negativi, secondo quanto affermato dalla difesa della donna. Mentre quello eseguito a maggio 2002 «è risultato positivo», spiega il legale della paziente. «Il contagio da Hiv ai danni della signora è dipeso - si legge nell'atto di citazione - dall'uso in occasione dell'intervento chirurgico effettuato dall'équipe medica della casa di cura di alcune (e/o sicuramente di almeno una) sacche di sangue non contraddistinte dal relativo codice a barre». Insomma, in base a quanto accertato dalla difesa della donna, sarebbe impossibile risalire al centro trasfusionale di provenienza e al donatore del sangue. Il prossimo 21 dicembre, davanti al giudice Pontecorvo, della seconda sezione del Tribunale civile, saranno ascoltati i medici della struttura sanitaria: la donna ha intanto chiesto, come risarcimento, un milione di euro. La casa di cura, comunque, ha già sostenuto la totale estraneità alle accuse, escludendo qualsiasi responsabilità.

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