L'estate dei misteri del 2019. E se Conte fece il furbetto pure con Trump?
Torniamo, nella terza puntata della nostra ricostruzione, all’estate-autunno del 2019. Ieri e l’altro ieri abbiamo ridisegnato il contesto: Trump, uscito indenne dal trappolone dem del Russiagate (accuse nei suoi confronti di collusione con Mosca), promuove una controinchiesta per capire se mani progressiste collegata a Obama e Hillary Clinton, in giro per il mondo, abbiano provato a "mascariarlo". E in questa ricerca – che non porterà risultati – il tycoon chiede aiuto anche all’Italia di Conte, allora in transito dal Conte 1 al Conte 2, cioè in viaggio verso l’alleanza con il Pd.
Conte nella tempesta, il leader grillino e sempre più nervoso
Ora, cosa può esserci di peggio, per un presidente del Consiglio di un paese sovrano, che promettere (sotto silenzio, senza informare nessuno) a una potenza straniera, sia pure amica, anzi la più amica di tutte, di mettere a sua disposizione l’intelligence nazionale? Elementare, Watson: l’unica ipotesi peggiore, per il malcapitato, è promettere aiuto e poi trovarsi nella condizione di non poter mantenere. Naturalmente, nessuno può essere certo che Giuseppe Conte si sia trovato in quel momento proprio in questa situazione, ma diversi elementi lo fanno per lo meno sospettare.
E perché – in quei caldi mesi del 2019- potrebbe non essere stato in grado di "mantenere"? Anche qui le spiegazioni sono diversissime tra loro. Prima versione (quella ufficiosa di allora di Palazzo Chigi): perché, riesaminati i fatti del 2016, non risultava che manine italiane si fossero attivate per compiacere Barack Obama e Hillary Clinton e danneggiare Donald Trump. Ma a questa ipotesi, nella Washington trumpiana, in quel momento non credeva proprio nessuno.
Da quelle parti, anzi, era forte (per quanto privo di prove e riscontri) il sospetto che tre anni prima, nel 2016, Roma fosse stata l’epicentro di una manovra spionistica contro il candidato repubblicano (e futuro presidente Usa).
Seconda ipotesi (sussurrata da molti): Conte non era più in grado di mantenere l’impegno con Trump perché i responsabili dei servizi italiani di quel momento, pur invitati a cooperare con gli Usa, si sarebbero ben guardati dal fornire carte all’Attorney general William Barr (nella foto in alto). In altre parole, in base a questa seconda versione, l’intelligence italiana non sarebbe voluta finire dentro una guerra che inevitabilmente, nelle successive settimane e mesi, avrebbe infiammato la politica Usa, tra minacce democratiche (spuntate) di impeachment e risposte trumpiane in termini di controinchiesta sul comportamento dell’Fbi e delle altre agenzie.
In Commissione arriva l'audizione che già terrorizza Giuseppi
Comunque stessero davvero le cose (e noi non possiamo saperlo ora per allora), mettetevi in quel momento nei panni di Trump, non certo un uomo abituato a sentirsi preso in giro, e immaginate il suo stato d’animo di allora verso Palazzo Chigi. Ma come? Prima incassi un tweet che per te vale oro (l’endorsement a "Giuseppi"), e poi mandi via da Roma i miei uomini con un pugno di mosche in mano? Delle due l’una, sempre nell’ottica trumpiana: o sei il solito furbetto mediterraneo e levantino, o sei uno che non è in grado di garantire ciò che mi aveva indotto a credere. In entrambi i casi, una delusione.
Naturalmente, nessuno a Washington mise le cose in termini così diretti ed espliciti. Ma l’irritazione c’era. In quei mesi, non pochi negli Usa raccontarono come Barr, ad essere eufemistici, fosse ripartito da Roma non completamente soddisfatto della collaborazione ricevuta.
E, se ci pensate, il solo fatto che la sua seconda visita italiana (quella di settembre 2019, diversamente da quella di Ferragosto) fosse trapelata sui media Usa significava una sola cosa: che la stessa Amministrazione avesse lasciato circolare la notizia, proprio con l’obiettivo di ricordare a Palazzo Chigi gli impegni di qualche settimana prima.
A ottobre 2019 si aggiunsero due elementi in questa direzione. Il primo fu una lettera che il senatore Lindsay Graham, presidente della Commissione Giustizia del Senato Usa, gran sostenitore della controinchiesta di Barr, scrisse ai primi ministri di Regno Unito (Boris Johnson), Australia (Scott Morrison) e Italia (quindi anche Giuseppe Conte): «Il fatto che l’Attorney general stia tenendo riunioni nei vostri paesi per aiutare l’inchiesta del Dipartimento di Giustizia rientra pienamente nei confini delle sue normali attività. Sta semplicemente facendo il suo lavoro».
Graham reagiva esplicitamente a un articolo del New York Times (scatenato nella sua campagna anti Trump) che – scriveva il senatore Usa – «accusa il procuratore Barr di utilizzare diplomazia ad alto livello per portare avanti gli interessi politici e personali del Presidente».
Tesi ovviamente confutata da Graham: «Scrivo per chiedervi di proseguire la cooperazione del vostro paese con il procuratore Barr, mentre il Dipartimento di Giustizia continua a indagare su origini ed entità dell’influenza straniera nelle presidenziali americane del 2016». Insomma, un esplicito e pubblico invito a collaborare.
Secondo elemento. Un altro quotidiano di linea ben diversa dal New York Times, il Wall Street Journal, che al tempo non aveva mai partecipato alla caccia alle streghe contro Trump, pubblicò un’analisi sul fatto che le richieste rivolte da Barr avessero prodotto un "contraccolpo" in Australia, UK e Italia. Insomma, faceva capire il Wsj: Barr sta «causando discordia» e ha «infiammato la politica domestica in alcuni dei paesi» a cui si è rivolto per aiuto. Nel pezzo si diceva esplicitamente che, in quel giro nelle capitali estere, non erano venute fuori prove dell’azione degli oppositori politici di Trump. Come sempre, doppia lettura possibile: o perché queste prove non c’erano, o perché i paesi interessati non avevano davvero collaborato. Nel pezzo era citato anche il duro rilievo di Matteo Salvini verso Giuseppe Conte: «Se il primo ministro ha trattato e continua a trattare i servizi di intelligence come suoi personali servitori, come gente che gli deve portare da bere, allora deve dare spiegazioni agli elettori italiani del perché e in cambio di cosa» abbia agito così.
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