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I misteri di Giuseppi: la controindagine dopo le falsità sul Russiagate, l'aiuto chiesto da Trump e quel nomignolo

Daniele Capezzone
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No, non c’è solo il Covid. C’è un’altra storia (un po’ americana e un po’ italiana) che a qualcuno è tornata in mente in questi giorni. E sulla quale Giuseppe Conte dovrebbe fare chiarezza. O se volete chiamiamolo “Giuseppi”, perché la questione si lega proprio al nomignolo storpiato ma affettuoso che Donald Trump (allora presidente nel suo primo mandato) usò verso Conte il 27 agosto 2019.

Ricontestualizziamo. Il governo gialloblù (grillini-Lega) è appena caduto; il Presidente della Repubblica (purtroppo) non è orientato a concedere elezioni anticipate; e cosi sono in corso consultazioni tra grillini e Pd. Insomma, Conte si sta clamorosamente riposizionando a sinistra, in vista della nascita del suo secondo governo, quello giallorosso.

 

 E a sorpresa viene fuori il tweet superelogiativo di Trump, che definisce Conte «l’altamente rispettato primo ministro della Repubblica italiana». Insomma, un endorsement di valore immenso proprio mentre Conte sta compiendo una manovra politica acrobatica.

Come mai quel tweet? Naturalmente, nessuno può avere certezze al riguardo: magari – retrospettivamente – tutto può essere spiegato con una sincera manifestazione di simpatia.

Ma – ormai sette anni dopo – c’è chi a Roma sta ripensando a quella torrida estate del 2019. E però è necessario fare ancora un passo indietro.

Tutto nasce dal cosiddetto Russiagate americano, la mega inchiesta contro Trump condotta già da qualche anno, a quel tempo, dal procuratore Robert Mueller.

 

Lunghissime investigazioni, grandi spifferi sulla stampa Usa (e a cascata su quella europea), tifo mediatico scatenato (ogni settimana ci si racconta che «il cerchio si stringe intorno a Trump»), ma poi un clamoroso nulla di fatto, con lo stesso procuratore costretto ad ammettere di non aver trovato una prova definitiva della collusione tra la Russia e la campagna elettorale di Trump del 2016. Badate bene: stiamo parlando dal punto di vista americano - di un tema scottante: puoi essere democratico o repubblicano, ma l’idea di una manina straniera che possa infilarsi nelle elezioni Usa per condizionarle indigna un numero enorme di elettori.

 

La realtà è che, quando la montagna di Mueller partorisce un topolino, è Trump (nel frattempo divenuto presidente avendo sconfitto Hillary Clinton nel 2016) a cantare vittoria. Di più: a questo punto, l’Amministrazione Trump decide di aprire una controinchiesta per provare a capire se ci sia stata una collusione tra l’Amministrazione Obama, la campagna elettorale di Hillary Clinton, alcune agenzie Usa e apparati stranieri per screditare Trump (prima da candidato e poi da presidente eletto), fabbricando indizi farlocchi sul suo rapporto con la Russia. Morale: dopo aver subìto a lungo, nel 2019 è Trump che vuole vederci chiaro, e capire se l’Fbi e altre agenzie americane abbiano agito secondo gli standard corretti o se invece la loro azione sia stata politicamente motivata dall’ostilità verso di lui, anche con il concorso di influenze straniere.

In particolare, l’ipotesi che comincia a circolare è che diverse "manine" si siano mosse tra Italia, Australia, UK. A onor del vero, più avanti nel tempo, non emergerà nulla di significativo, però Trump e i suoi ci credono, o almeno sperano di trovare qualcosa.

Tanti personaggi compaiono (Il Tempo ci tornerà nei prossimi giorni), a partire da un misterioso professore maltese, tale Joseph Mifsud, poi rocambolescamente sparito e forse variamente protetto. Sta di fatto che – a torto o ragione– negli ambienti attorno a Trump si rafforza l’idea che qualcuno in Italia, tre anni prima, abbia lavorato in modo non limpido per Hillary e contro di lui.

E qui entra in scena Giuseppe Conte. Quando ad agosto 2019 viene in Italia una prima volta il protagonista della controinchiesta trumpiana, l’Attorney General William Barr, Conte molto probabilmente dà via libera a un incontro di Barr con i vertici dei servizi italiani di quel tempo, invitati a collaborare alle indagini.

È proprio alla luce di questa ricostruzione, si può rileggere – secondo molte interpretazioni – il tweet elogiativo di Trump verso «Giuseppi»: comprensibile, dal punto di vista di Trump, elogiare un primo ministro che si sta mostrando collaborativo.

E però proprio qui scatta il giallo "italiano": se Conte decide di collaborare in qualche modo, perché non informa nessuno dei suoi interlocutori politici del momento, in base a quanto poi emerge dalle polemiche di quelle settimane caldissime? E, di conseguenza, il nodo ulteriore: non sarà che Conte può aver provato a barattare questo "aiutino" sottobanco con un sostegno trumpiano alla sua seconda scalata a Palazzo Chigi?

 

Ovviamente sono solo ipotesi legate al passato, tutte da dimostrare. E c’è perfino chi, riflettendo retrospettivamente, sospetta uno scenario ancora più diabolico: quello di un Conte che da una parte promette agli americani trumpiani che li aiuterà a fare chiarezza, ma dall’altra lascerebbe intendere ad altri interlocutori che da Roma ci sarà solo una parvenza di collaborazione, senza elementi sostanziali.

Ci torneremo nei prossimi giorni. È un’altra storia da raccontare. E la seconda puntata sarà proprio questa: il contatto creato da Conte tra Barr e i servizi italiani di quel momento. Giuseppi non cambia mai: una ne pensa e cento ne fa.

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