Premier a sua insaputa. Ora Conte dice di non essersi mai occupato di forniture Covid. Non sapeva di guidare il governo?
Un sapido sonetto di Trilussa (titolo: «La sincerità ne li comizi», anzi in romanesco «ne li comizzi» con due zeta) si chiudeva con questi versi, riferiti all’ipocrisia di un deputato di quei tempi lontani: «E pianse, pianse così bene, che quasi ce rideva pure lui».
Quel delizioso finale mi è tornato alla mente leggendo la tragicomica intervista rilasciata ieri a Repubblica da Giuseppe Conte: più lui frignava, amorevolmente soccorso da microfono e taccuino di Rep, e più a me veniva da ridere.
Da ridere, intanto, e amaramente, per la cosiddetta «informazione di qualità». Repubblica, questa settimana, durante tutta l’inchiesta de Il Tempo su Covid e mascherine, non ha scritto mezza riga. Non una riga lunedì 22, non una riga martedì 23, non una riga mercoledì 24, non una riga giovedì 25, non una riga venerdì 26.
E cosa fa improvvisamente sabato 27? Una bella intervista a Giuseppe Conte sui temi nascosti ai lettori nei cinque giorni precedenti. Al punto che un lettore di Rep appena attento si sarà chiesto: «Ma di che parlano?».
Ma ancora più ridicolo è il Conte infuriato, che "perde l’aplomb", e dice di «attendere la data della sua audizione» perché «è in corso un gioco sporco». Ah sì? E allora perché si era infilato in Commissione Covid sapendo bene che esisteva una gherminella procedurale (ora superata dai Presidenti delle Camere dopo l’appello de Il Tempo) che impediva di convocarlo in quanto componente della Commissione stessa? Poteva dimettersi prima da quell’organismo e avrebbe ottenuto subito quella convocazione che ora, con finta spavalderia, finge di non temere.
Ma ormai il Conte frignans si lagna a vanvera, straparla di «manovra orchestrata» contro di lui, e comincia a fare autogol a raffica, affermando di non essersi mai occupato di forniture.
E qui, se non parlassimo di cose maledettamente serie, ci sarebbe addirittura da sbellicarsi dalle risate. Giuseppi era forse premier a sua insaputa? Chi l’ha voluto il baraccone commissariale? Chi ha messo sul trono l’ineffabile Arcuri?
Per fare a pezzetti la versione contiana, è infatti sufficiente ripercorrere - senza andare troppo indietro - proprio ciò che Repubblica ha nascosto ai suoi lettori nei giorni precedenti, con le ultime clamorose evidenze emerse in Commissione Covid.
Ripercorriamo ad esempio le audizioni di Giuseppe Busia, capo dell’Autorità anticorruzione (Anac), e poi di Cristiano Cannarsa, amministratore delegato di Sogei ed ex capo di Consip.
E cosa viene fuori? Almeno quattro enormità tali da lasciarci sbalorditi, e rispetto alle quali l’ex Presidente del Consiglio non può travestirsi da Biancaneve o da Cappuccetto Rosso.
Notizia numero 1. L’Anac non ha effettuato vigilanza sul maxi appalto Covid da 1 miliardo e 251 milioni circa, la commessa più grande della storia d’Italia, quella che ha condotto all’importazione di mascherine non a norma, peraltro pagate tre o quattro volte il prezzo di mercato. Domandiamo: Conte non ne sapeva nulla?
Notizia numero 2. La struttura commissariale di Domenico Arcuri ha infatti stipulato un protocollo di vigilanza collaborativa volontaria (avete letto bene: volontaria) con l’Anac solo nel dicembre 2020. Domandiamo: Conte non ne sapeva nulla?
Notizia numero tre (potremmo dire: trova la differenza). Per altre strutture commissariali, ad esempio quella per il sisma in Italia centrale o per l’Expo di Milano, è stata attivata una procedura di protocollo strutturale ai fini di un controllo permanente. Per Arcuri, invece, solo su base volontaria. Domandiamo: Conte non ne sapeva nulla?
Notizia numero quattro. L’ad di Sogei (ex Consip) Cannarsa ha chiarito un punto di metodo: i grandi acquisti di materiali per la gestione Covid avrebbe potuto continuare a effettuarli Consip, cioè la centrale acquisti che è partecipata dal Ministero dell’Economia e che funge da stazione appaltante della Protezione civile. E allora - ecco il punto - perché fu creato il gran baraccone della struttura commissariale? Domandiamo: Conte non ne sapeva nulla?
Sarà un caso se adesso, per l’audizione di Arcuri, la sinistra chiede che non sia previsto l’obbligo (con modalità quasi da "giuramento" giudiziario) di dire la verità, con relative responsabilità penali?
E allora, caro Giuseppe Conte (e cara Rep che regge il microfono), smetta di frignare e sospenda questo mediocre cabaret.
Semmai, si torni tutti insieme alla questione centrale su cui Il Tempo non smetterà di chiedere chiarezza. La storia comincia quando nella scorsa legislatura fu presentata da parlamentari allora in carica un’istanza di accesso agli atti del Commissario straordinario per l’emergenza. Obiettivo: sapere quante mascherine e quanto altro materiale sanitario e di protezione fosse stato acquistato all’estero, e in quali paesi, anche in considerazione dei relativi standard qualitativi. Con i dettagli relativi alle unità merceologiche: cosa e dove fosse stato comprato. Risultato? Nessuna risposta.
Subito dopo, furono presentate interrogazioni rivolte al Presidente del Consiglio (cioè a Giuseppe Conte, sempre lui), esattamente con gli stessi quesiti. In sostanza, la medesima richiesta fu fatta prima all’autorità amministrativa e poi in sede politica. Anche in questo caso, non risulta alcuna risposta.
Da quel momento a oggi, plurime inchieste giornalistiche e giudiziarie hanno svelato una serie di opacità e di problemi aperti.
E ora, in questa legislatura, è finalmente arrivato il lavoro di straordinaria importanza della Commissione d’inchiesta presieduta dal senatore Lisei.
Conte si rassegni: andranno tirati fuori i contratti stipulati e gli acquisti effettuati dalla struttura commissariale in tutta quella fase. Ci sia "total disclosure", trasparenza totale: quanti soldi, quali mediazioni e commissioni, quali e quante unità merceologiche, da quali e quanti paesi, da quali e quante società (con i relativi dettagli), e anche con tutte le informazioni rispetto agli standard qualitativi di ogni partita di mascherine, camici, respiratori, e così via. I contribuenti hanno diritto di sapere - per lo meno - come e per cosa furono spesi i loro soldi.
La realtà è che – dopo il superbonus e dopo il reddito di cittadinanza – sta venendo fuori il terzo disastro della gestione Conte. È questo che terrorizza l’uomo della pochette.
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