Toghe in politica, Sala e gli altri risvegliati: la sinistra ha scoperto il caso "giustizia"
Il sindaco di Milano contro Tiziana Siciliano, l'ex numero due del Palazzo di Giustizia che si candida insieme all'imprenditore Lisa, in causa contro il Comune
La candidatura di Tiziana Siciliano, ex numero due del Palazzo di giustizia di Milano, alle elezioni amministrative del 2027? Per il sindaco Beppe Sala è la «solida dimostrazione» che «una parte della Procura fa politica». «Ogni giorno che passa sono sempre più perplesso», ha aggiunto Sala, commentando così la recente decisione dell’ex procuratrice aggiunta, in pensione da qualche mese, di candidarsi nella lista civica, «Milano libera», dell’imprenditore Massimiliano Lisa.
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C’è quasi da sorridere. Dopo dieci anni trascorsi a Palazzo Marino e due anni vissuti sotto il fuoco incrociato delle inchieste della Procura sull’urbanistica, che lo ha indagato per falso in atto pubblico, Sala questa settimana sembra aver fatto una scoperta improvvisa: i magistrati, qualche volta, fanno politica e, soprattutto, si portano dietro giganteschi conflitti d’interesse. Sala, per chi se lo fosse dimenticato, oltre ad essere il punto di riferimento per tutti gli amministratori ossessionati dall’ideologia green, fatta di piste ciclabili ovunque e lotta senza quartiere all’auto privata, è stato tra i principali protagonisti della campagna per il No al recente referendum sulla giustizia, stracciandosi le vesti insieme ad Elly Schelin a difesa dell’attuale assetto e contro la riforma «fascista». Oggi, invece, è proprio lui a denunciare uno dei principali nodi irrisolti del sistema giudiziario: la «contiguità» tra esercizio della giurisdizione e successivo impegno politico di chi quelle inchieste le ha guidate. «Bella ingenuità», ha detto Pierantonio Zanettin, capogruppo di Forza Italia in Commissione giustizia al Senato. La vicenda ruota attorno all’inchiesta della Procura di Milano sulle concessioni milionarie degli spazi commerciali e pubblicitari nella Galleria Vittorio Emanuele.
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Il fascicolo nasce da un esposto di Lisa, fondatore del museo Leonardo3 e da tempo in contenzioso con Palazzo Marino per gli spazi occupati in Galleria.
In sintesi: l’imprenditore denuncia il Comune e decide di candidarsi a sindaco contro il Comune stesso. E come possibile vicesindaca sceglie proprio Siciliano, già a capo del pool che si occupava la sua denuncia. Pare uno scherzo ma è tutto vero. liano ha spiegato di non r darsi di quel fascicolo e di avere conosciuto Lisa so to all’inizio del 2026. «Una pm così esperta, che ha to un ruolo apicale in Prra, si candida con una persona che conosce poco senza fare alcuna verifica? Questo è incomprensibile», ha replicato stizzito Sala, ora folgorato sulla via della separazione dei poteri e del garantismo.
Quanto accaduto dimostra allora l’urgenza di una legge che disciplini il passaggio dalle aule giudiziarie alle urne.
Anche quando il magistrato è in pensione, infatti, arriva alla competizione elettorale con un patrimonio di notorietà costruito grazie alle inchieste che ha diretto. Una visibilità che deriva dall’esercizio di una funzione pubblica e che inevitabilmente non può non tradursi in consenso politico. Se chi per anni ha indagato amministratori e partiti entra quasi senza soluzione di continuità nell’agone politico, magari nello stesso territorio e accanto a soggetti coinvolti in vicende passate dalla Procura, il rischio è che i cittadini finiscano per vedere una «continuità» tra azione giudiziaria e iniziativa politica.
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Non sarebbe neppure una novità. La storia italiana è piena di magistrati che hanno scelto la politica dopo avere lasciato la toga. Il Pd, il partito che supporta Sala e l’anno prossimo lo candiderà in Parlamento, ha conosciuto molti casi analoghi, come quello dell’allora procuratore di Parma Gerardo Laguardia. Quest’ultimo si candidò nel 2017 con il centrosinistra, lo schieramento che era all’opposizione dell’amministrazione di centrodestra, l’unica in tutta l’Emilia Romagna, spazzata via dalle sue inchieste, finite poi in un sostanziale nulla di fatto. L’apoteosi del conflitto d’interessi togato.
«Lo slogan dell’Associazione nazionale magistrati per il No al referendum era: ’Volete i giudici sottoposti alla politica?’. Adesso si capisce il motivo: volevano essere direttamente dentro», ha commentato ironico Andrea Mirenda, togato del Csm, favorevole alla riforma e alla separazione delle carriere.
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