Salvatore Buzzi accusa i dem: "Li pagavo ma poi hanno fatto finta di non conoscermi"
Accusato di calunnia dal Pm Cascini sulla vicenda della Gara Cup ricorda Mafia Capitale: «Finanziavo gli eventi del Pd tra cui il convegno due giorni prima dell'arresto. Dopo sono spariti tutti»
«Tra i tanti eventi che ho finanziato c’è stata la festa dell’Unità a Caracalla, poi ho anche dato un contributo alla campagna elettorale di Zingaretti, con tanto di ricevuta del comitato che lo sosteneva, contributi dichiarati, non occulti. La beffa è che nel novembre del 2014 ho finanziato il convegno del Pd al teatro Quirinetta a Roma. Pignatone, presente all’evento, aveva già firmato gli ordini di carcerazione di «Mafia Capitale» che sarebbero stati eseguiti due giorni dopo. La prima iscrizione al Partito Comunista Italiano l’ho fatta nel 1972. Il PD era la mia casa. Eppure, subito dopo il mio arresto, tutti hanno preso le distanze da me e molti addirittura hanno sostenuto di non conoscermi».
È un fiume in piena Salvatore Buzzi, in camicia bianca, jeans e scarpe da tennis, nell’aula del Tribunale penale di Perugia dove ieri era in programma il suo esame e contro esame al processo che lo vede accusato di aver diffamato il procuratore aggiunto della Procura della Repubblica di Roma, Giuseppe Cascini nel libro - intervista “Mafia Capitale. La gara Cup del Pd di Zingaretti”, scritto con Umberto Baccolo per La Bussola edizioni.
Guai per la moglie del suo ex capo gabinetto. E ora Zingaretti trema sulla Gara Cup della Regione
Per fornire una cornice esatta alla vicenda della gara Cup, gli avvocati della difesa Pier Gerardo Santoro e Giuseppe Azzaro hanno ripercorso alcuni momenti del processo che ha riguardato quello spezzone di indagine del processo denominato «Mafia Capitale», che poi, come sentenziato dalla Cassazione, mafia non era.
Rispondendo alle domande dei suoi avvocati e a quelle puntuali del giudice Giuseppe Narducci, Buzzi ha chiarito molti aspetti: «Dal primo interrogatorio ho reso dichiarazioni confessorie davanti al pm Ielo. La Gara Cup valeva 90 milioni di euro (30 l’anno per due anni più uno di proroga ndr). Si trattava quindi di una gara molto importante. Ho ammesso la turbativa di una gara che però era già stata "turbata" in partenza».
«Quando arrivai in Regione, - ha raccontato il testimone Zingaretti nella precedente udienza- la gara Cup era in proroga da diversi anni, data alla cooperativa Capodarco (guidata da Maurizio Marotta ndr) monopolista del servizio da tre o quattro presidenti a me precedenti. Decidemmo quindi di indire una gara».
Nel mirino del pm Ielo era finito Maurizio Venafro, allora capo di Gabinetto di Zingaretti, presidente della Regione. «Ielo aveva fatto mettere sotto controllo sei utenze di Venafro, il suo telefono e quello dei parenti più vicini, figli compresi». Proprio da un’intercettazione di una conversazione telefonica di Tiziana Torrisi, moglie di Venafro, con una collega, si è appreso di una visita di Zingaretti al Consiglio Superiore della Magistratura nel bel mezzo dell’indagine, proprio quando il cerchio sembrava stringersi intorno al suo Capo di Gabinetto, poi assolto definitivamente nel 2020.
«No, forse, anzi sì». I dietrofront di Zingaretti sull'incontro con Palamara al Csm
Nelle udienze del processo di Perugia, Palamara ha confermato l’incontro con il Governatore e, soprattutto, ha riferito di un nuovo incontro con Zingaretti sotto casa di quest’ultimo, dove si recò «per riferirgli che, dopo un colloquio con il procuratore Pignatone, ritenevamo fossero opportune le dimissioni di Venafro», che, guarda il caso, il giorno dopo si dimise.
«Quando ho avuto conto delle intercettazioni e letto dell’incontro tra Palamara e Zingaretti in Prati, - riferisce un accalorato Buzzi - mi sono indignato molto. Come era possibile, mi chiedevo, che la procura non avesse preso in esame questi fatti durante il processo? Se avessi avuto questi elementi durante quel dibattimento avrei fatto fuoco e fiamme, ma ne ho avuto conoscenza solo dopo e allora ho scritto il libro anche per riscattare la mia credibilità». L’«irrefrenabile» Buzzi, come lo ha definito il giudice Narducci con tono scherzoso, ha un’ultima cosa da dire: «Sono rimasto molto amareggiato dal Pd che non ha difeso la storia della cooperativa 29 Giugno che dava lavoro a oltre 1300 persone. Storia che era assolutamente intrecciata a quella del Pd che così facendo non ha salvato la cooperazione sociale a Roma». Ultime due tappe: lunedì 29 giugno (data con alto valore simbolico ndr) parola al pm Bettini, all’avvocato Piccioni in rappresentanza di Cascini (con stupore dei presenti senza domande da sottoporre all’imputato ndr) e Pier Gerardo Santoro, poi conclusione il 1 luglio con intervento dell’avvocato Azzaro e la sentenza.
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