25 aprile della violenza, Capezzone: ingiustificabile il gesto del giovane. Ma orribili gli avvoltoi che lo usano per aggredire gli ebrei
I rigurgiti antisemiti devono essere respinti perché non è in gioco il diritto di una minoranza ma la libertà e la dignità di tutti noi
«Il giorno dello sciacallo» non è solo il titolo di un meraviglioso romanzo di Frederick Forsyth, ma è la sintesi della mortificante discussione pubblica che ci è inflitta ogni giorno: feroce, degradante, non di rado intellettualmente disonesta e moralmente inqualificabile. Ricapitoliamo i fatti. Ieri mattina le forze dell’ordine hanno comunicato l’arresto del giovane Eithan Bondì, accusato di un’azione orribile e assolutamente ingiustificabile: aver sparato con una pistola ad aria compressa, lo scorso 25 aprile a Roma, contro due persone che indossavano fazzoletti dell’Anpi. Il ragazzo si è definito appartenente alla Comunità ebraica (secondo la prima versione circolata, era sembrato si riferisse alla Brigata ebraica).
Dopo il #25aprile della violenza il giorno degli sciacalli
— IL TEMPO (@tempoweb) April 30, 2026
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Primo: questo giovane, come chiunque altro, ha diritto a una difesa e aun giusto processo. Tra l’altro, andranno accertati non pochi particolari tuttora non chiari. Secondo: se sarà trovato colpevole, merita una condanna non solo dura, ma a mio avviso durissima. Terzo: perfino al di là della maggiore o minore pericolosità dell’arma utilizzata, il gesto che ha compiuto ha un’inaccettabile logica «terroristica», nel senso che era volto a colpire a caso delle persone in virtù di una sua preconcetta ostilità. Quarto: la Brigata ebraica non è un corpo, un reggimento, una «forza militare» a cui si possa aderire. Lo fu gloriosamente più di ottant’anni fa, quando contribuì alla Liberazione dell’Italia, lasciando sul campo oltre cinquanta morti. Ma oggi è un’associazione che si dedica alla memoria e alla storia.
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Quinto: a Roma non ci sono aderenti. Sesto: Davide Romano, direttore del Museo della Brigata ebraica di Milano, ha non solo condannato l’azione criminale di Bondì, ma ha escluso qualunque contatto, come spiega benissimo oggi in un’intervista a Il Tempo. Settimo: le Comunità ebraiche non hanno atteso un solo istante per esprimere sdegno e distanza da un’azione che tradisce i valori dell’ebraismo. Ottavo: la responsabilità penale è personale.
Davanti a questi fatti inoppugnabili, èpoliticamentevergognoso–ma purtroppo prevedibile – che il signor Angelo Bonelli abbia attaccato la Comunità ebraica, rea, a suo avviso, di non aver condannato la politica di Benjamin Netanyahu.
Ah sì? Quindi il leader verde chiede conto a dei cittadini italiani della politica di un governo straniero? E in virtù di questo li accosta nella polemica a un gesto criminale, addirittura insinuando un nesso causale tra le posizioni della Comunità e il gesto delinquenziale di un singolo cittadino?
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Ma non c’è solo Bonelli, uno dei campioni – non dimentichiamolo mai – che ci ha regalato la presenza all’Europarlamento di Ilaria Salis, un’altra delle dichiaranti a vanvera di ieri. Ecco l’Anpi che parla di «deriva estremistica e intimidatoria», evoca «mandanti» e chiede nientemeno che una presa di posizione di Giorgia Meloni; ecco Gad Lerner che straparla di «nuclei paramilitari»; per non dire di altri che non meritano nemmeno una citazione.
Tutto questo è squallido e offensivo dell’intelligenza di chiunque. È incredibile che in troppi e da troppe parti ancora non abbiano impiegato una sillaba, un pensiero, un sospiro, per condannare le aggressioni di cui sono rimaste vittime proprio le persone che a Milano, il 25 aprile, portavano le insegne della Brigata ebraica. Sono state orrendamente insultate («Siete saponette mancate», «Hitler non ha finito il lavoro») e poi estromesse a forza dal corteo. A Roma sorte analoga è toccata a chi portava bandiere ucraine ritenute sgradite.
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Ed è venuto il momento di dire che, da ormai un paio d’anni, la vita degli ebrei italiani è stata trasformata in un inferno. Le Comunità hanno raccomandato ai loro membri di non indossare più simboli religiosi visibili, la paura è costante, le minacce islamiste e dell’estrema sinistra sono crescenti. Dal 7 ottobre in poi, invece che ondate di solidarietà, si è registrato un pulviscolo di aggressioni verbali e fisiche: per lo più non meritevoli – sulla stragrande maggioranza dei giornali–nemmeno di un trafiletto.
Provate a mettervi nei panni di un ragazzo o una ragazza di religione ebraica di 14 anni e a frequentare un liceo, o a essere un po’ più grandi e a frequentare un’università. L’insulto è la "regola", per non dire altro.
Ancora qualche mese fa, a Milano, al termine di un evento della Scuola ebraica in cui percepivo un’atmosfera preoccupata, mi sono fermato con ragazzi e genitori e ho semplicemente mormorato un «Come va?». Mi è stato restituito un timido «Bene, grazie», seguito da una raffica di «però in palestra...», «però a pallavolo...», «però in strada...». Una rassegna di antisemitismo quotidiano, uno stillicidio di micro-offese da cui sono uscito scosso e mortificato.
Penso che le massime autorità della Repubblica debbano fare tutto ciò che è nelle loro possibilità affinché questi rigurgiti antisemiti (comunque travestiti) siano respinti. Non è in gioco il diritto di una minoranza, mala libertà e la dignità di tutti noi.
Il giovane Eithan venga processato e punito come merita. Ma non sia l’alibi, non sia il "colpevole perfetto" per tentare di nascondere la vergogna – uguale e contraria–da cui siamo sommersi.
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