Il Csm "boccia" Emiliano, nessun incarico in Regione: o la toga o resta a casa
Nessun incarico in Regione Puglia per Michele Emiliano. È finitala tarantella-anzi, la pizzica pugliese - che per mesi ha tenuto banco al Consiglio superiore della magistratura. Palazzo dei Marescialli ha bocciato questa settimana, per la terza volta consecutiva, l’ultima, la richiesta di collocamento «fuori ruolo» dell’ex governatore.
Una decisione unanime che chiude - almeno per ora - ogni spazio a soluzioni ibride costruite nelle scorse settimane.
In campagna elettorale Emiliano aveva assicurato: «Non voglio essere un problema». Ma il problema poi è esploso in tutta la sua evidenza. Il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro (Pd), ha continuato a difenderlo fino all’ultimo, definendolo «una risorsa». Eppure, quella che doveva essere una soluzione tecnica si è trasformata in una partita sempre più ingombrante e sempre meno gestibile.
L’iniziale proposta prevedeva un incarico di consigliere giuridico della giunta regionale per un anno, con tutti i costi - anche previdenziali- a carico della Regione. Un compromesso costruito con pazienza, passo dopo passo, proprio per evitare lo scenario più temuto: il ritorno in toga di Emiliano. Tutti davano per scontato il via libera. E invece è arrivato un no secco. Per concedere il fuori ruolo servono due requisiti: un vantaggio per l’ente e un accrescimento professionale per il magistrato. Ed è proprio su questo secondo punto che la richiesta si era infranta. Che tipo di crescita professionale potrebbe avere Emiliano, prossimo alla pensione? È la domanda che ha orientato il voto contrario.
Nessuno all'interno del Csm ha mostrato alcuna intenzione di agevolare l’operazione. Lo stallo che durava da mesi non era più sostenibile. Perché il punto, ormai, è chiaro: il Csm non può risolvere i problemi del Partito democratico e Palazzo Bachelet non è il Nazareno.
Nel frattempo, le soluzioni alternative si sono moltiplicate, spesso sfiorando il paradosso.
Dopo il naufragio dell’ipotesi di consigliere giuridico, era emersa addirittura l’idea di nominare Emiliano «commissario esterno» per l’Ilva di Taranto. Una proposta nemmeno formalmente condivisa con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Il continuo susseguirsi di soluzioni creative aveva finito per alimentare una percezione sempre più critica.
È accettabile piegare le regole fino a questo punto? È legittimo costruire incarichi su misura pur di evitare un rientro in magistratura che l’interessato non vuole?
Il futuro politico di Emiliano, del resto, appare già tracciato.
L’accordo interno al Pd - mai ufficializzato ma ampiamente dato per acquisito- prevede un suo approdo in Parlamento alle prossime elezioni politiche. Il problema è che questo «tempo sospeso» fino al 2027 si è trasformato in un caso istituzionale. Dopo la fine del mandato da presidente della Regione, Emiliano doveva infatti rientrare in magistratura come pubblico ministero. Il rientro era stato congelato mentre si tentava di costruire una soluzione alternativa.
Ora il bivio è inevitabile: Emiliano deve scegliere. Tornare a indossare la toga, comunicando al Csm tre sedi, oppure dimettersi definitivamente dalla magistratura. Le ipotesi residue sono sempre più deboli. Una quarta riformulazione della richiesta di «fuori ruolo» appare improbabile, quasi temeraria.
Il passaggio in Plenum sarebbe un azzardo che nessuno, nemmeno nell’area della magistratura progressista, quella vicina ad Emiliano, sembra disposto a correre. Resta però una exit strategy: un incarico da assessore in qualche comune pugliese. Potrebbe essere l’unica via praticabile e che gli consentirebbe di arrivare senza ulteriori scosse alle elezioni politiche del prossimo anno. Una soluzione di ripiego per chiudere una vicenda che ha già prodotto abbastanza tensioni.
Alla fine, il dato politico è uno solo: questa lunga partita ha mostrato tutti i limiti di un sistema in cui si è cercato di tenere insieme ciò che insieme non può stare. Magistratura e politica seguono regole diverse, tempi diversi, logiche diverse.
Quando si prova a forzarle, il risultato è scontato: mesi di trattative, ipotesi, retromarce e bocciature. Una pizzica pugliese, appunto. Che ora, finalmente, sembra arrivata al capolinea.
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