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Prendersi la sinistra con i voti del centro. «Primarie aperte a tutti», il piano di Conte

Edoardo Sirignano
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Giuseppe Conte si toglie la divisa da compagno e, nel modo più democristiano possibile, annuncia la sua “Nuova Primavera” verso Palazzo Chigi. La strategia è realizzare «primarie aperte», ovvero sfruttare i voti degli esterni a Pd, M5S e Avs, compresi gli elettori del centrodestra, per battere gli storici apparati della sinistra. Deve esserci una consultazione che «consente a tutti di poter, condividendo un programma che si sa già, partecipare liberamente, anche se non si è iscritti». 

Il primo passo, dunque, è accaparrarsi, sin da subito, quell’elettorato centrista che non si riconosce nel patto tra il Nazareno e la Cgil di Landini. Ecco perché il pugliese apre la presentazione di Piazza di Pietra ricordando le simpatie adolescenziali per lo scudocrociato. «Ero molto incuriosito – rivela – dal cattolicesimo democratico e mi legai al cardinale Silvestrini. Pur non avendo un partito di riferimento, votai con De Mita gli esterni chiamati alla Dc, come ad esempio Scoppola». 

Corregge il tiro solo quando la ritrovata Virginia Raggi, ex sindaca della capitale e grillina della prima ora (ora interessata a rilanciarsi in chiave capitolina con una sua civica), storce il naso. Si auto-corregge, evidenziando come una volta abbia espresso una preferenza pure per i “radicali” di Pannella. «Cercavo – spiega – ogni volta un partito più confacente a quel sistema di valori della mia coscienza». Solo all’età matura arriva l’amore per Beppe Grillo, poi rinnegato. Pur sostenendo come non abbia mai considerato il comico un nemico, quando gli viene chiesto del simbolo, senza pensarci troppo, accusa il fondatore di «non aver studiato bene». E ribadisce come il M5S 2.0, a differenza di quello delle origini, si slegherà dai vecchi «orpelli» e soprattutto non sarà gestito da esterni.

Finanche quell’ “uno vale uno”, ritenuto fino a ieri il mantra indiscusso, finisce col diventare un banale «equivoco». L’avvocato del popolo spiega come nel suo partito non tutti potranno fare i presidenti, i sindaci o gli assessori, ma solo chi sarà degno di essere considerato «meritevole». Ovviamente non viene specificato da chi. Così sarà costruita la classe dirigente che avrà il compito di realizzare la «sfida progressista», inserita nel sottotitolo della sua ultima opera e a cui la sinistra non avrebbe saputo rispondere.
«Si è adagiata» scrive, senza giri di parole perché alla ricerca del consenso «con sistemi poco raccomandabili» o meglio «clientelari». Nel suo ultimo lavoro accusa gli eredi del Pci di aver rinnegato la famosa “questione morale” di berlingueriana memoria, nonché le battaglie in difesa degli ultimi. 

Medesima accusa viene rivolta pure alla premier Meloni che, a suo dire, avrebbe abbandonato i valori della destra sociale per sposare quelli delle banche. Insomma, ritorna il “paladino degli ultimi”, pur con la nuova veste popolare. Il vittimismo, il «fango ricevuto», la difesa, senza se e senza ma del pontefice, sono i pilastri del nuovo abito cucito a misura da Casalino per tornare a Chigi. Questa è la strada che può consentire ai Gerardino Capozza di turno, una volta fedelissimo di Gerardo Bianco, di reclutare più chierichetti possibili.

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