Referendum giustizia, “la riforma non è di destra”. Parisi sbugiarda la sinistra e bacchetta Schlein
Altro che camuffamenti: «la separazione delle carriere dei giudici è figlia della sinistra». La sentenza è inequivocabile e la emette Arturo Parisi, vera e propria eminenza grigia nella stagione di Romano Prodi. Un curriculum monumentale: è stato tra i fondatori dei Democratici, poi della Margherita e infine del Pd. Insomma, chi meglio di lui per riconoscere una paternità? «La sinistra rappresentata dal Pd - scrive sul sito di Libertà Eguale - è figlia di una solida ispirazione garantista, come testimoniano le voci che, nonostante la chiusura della destra, si sono spese con generosità per il Sì». Il professore elenca i nomi: «Augusto Barbera, Sabino Cassese, Cesare Salvi e Giuliano Pisapia, tutte titolate a parlare nel merito grazie alla loro autorevolezza ed esperienza nel campo del diritto». Prima frecciata al Nazareno: loro conoscono la materia.
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Poi comincia la lezione a Elly Schlein. «Parliamone avrebbe dovuto dire una Sinistra garantista», dice Parisi, che fu sottosegretario alla presidenza del Consiglio e poi ministro della Difesa. «Bisogna riconoscere che il processo riformatore avviato dalla Costituente, associato al nome di Vassalli, attendeva di essere portato avanti con la separazione delle carriere a garanzia del cittadino», continua. Infine, la dichiarazione di voto senza tentennamenti: «Voterò Sì, guidato dalla domanda che sta al centro della riforma della separazione delle carriere dei magistrati: la necessità della terzietà del giudice tra chi accusa e chi difende».
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L’analisi viene confermata dal guardasigilli Carlo Nordio: «Possiamo ormai quasi dire che c’è una valanga di persone di sinistra che non voteranno mai a favore di questo governo, ma che voteranno a favore della riforma». Vale anche l’altra faccia della medaglia: al Nazareno molti hanno cambiato idea solo perché la riforma approvata dal Parlamento portava la firma della maggioranza. Lo spiegò inequivocabilmente Goffredo Bettini, da sempre a favore della separazione delle carriere: «Ma questa volta non posso». «È un’occasione storica per realizzare alcune aspirazioni della stessa sinistra. È inutile che rifaccia i nomi di D’Alema, della commissione bicamerale, di Serracchiani», ha concluso il ministro della Giustizia. Nelle ultime ore di campagna elettorale, infatti, il campo largo ha messo nel mirino i cosiddetti “traditori”, presentandoli come una sorta di quinta colonna di Giorgia Meloni. Dall’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia a Stefano Ceccanti, da Anna Paola Concia a Marco Minniti: non si permettano. Morale: Arturo Parisi ricorda tutto, Elly Schlein perde la memoria.
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