Torino, i martelli diventano “martelletti” e le violenze colpa del governo. Il Truman Show della sinistra
È il Truman Show che impazza a sinistra. Torino? Una plateale messa in scena. L’assalto agli agenti di polizia? I manifestanti con il cappuccio si sono dovuti difendere, altro che pestaggio di gruppo. Di chi è la responsabilità? Chiaro: di Giorgia Meloni (o degli immancabili servizi segreti). Askatasuna? Compagni (che non sbagliano) insofferenti al governo di destra. Vanno arrestati? È meglio integrarli, in fondo fanno anche cose buone. La fine della storia? Il vero pericolo è l’Ice, continuiamo a manifestare per quello. Si chiede l’editorialista di Repubblica Concita De Gregorio: «A chi giova, a chi conviene che un poliziotto sia aggredito?». Morale: «È la strategia della tensione, lo abbiamo visto nei decenni». D’altra parte è Luca Bottura, l’umorista con il “manganello” (contro i moderati), rubrica fissa su La Stampa, a fornire una “realistica” versione dei fatti. O meglio, a rinverdire la stagione della controinformazione, condividendo sui social la cronaca del corteo pubblicata sul quotidiano il Manifesto. «Il poliziotto ha subito due colpi di martelletto, non di martello»: la precisazione rilanciata da Bottura. Insomma, poche lagne: che vuoi che sia. La linea, d’altra parte, l’aveva data un’autorità in materia, Sigfrido Ranucci, che, ospite di Massimo Gramellini su La7, ha esposto la sua “Bibbia”: «Il governo sa chi sono i violenti ma non interviene prima per giustificare le misure repressive».
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In piazza a Torino, davanti alla stazione di Porta Nuova, si sono visti sfilare in corteo una sfilza di maîtres à penser, cari alla sinistra. A partire dal fumettista Zerocalcare, autore della locandina della manifestazione (aggiudicata in asta su eBay a 179 euro). E poi il rapper Willie Peyote, l’anno scorso a Sanremo, Max Casacci, fondatore dei Subsonica, storica band torinese. A braccetto con i centri sociali, anche il politologo Marco Revelli, che poi ieri si è scatenato in TV: «Vogliono un regime autoritario di polizia». Il punto di riferimento della sinistra torinese va a ruota libera: «Askatasuna ha attraversato la storia della città, punto di aggregazione del dissenso, soprattutto giovanile, che si è saldato con la rivolta della Val di Susa, portandovi un contributo importante». Tra gli storici difensori del centro sociale non poteva mancare Alessandro Barbero. Lo storico, un mese fa, ha sostenuto la campagna di solidarietà di Askatasuna, sottolineando «l’importanza del dibattito culturale e della convivenza tra diversi pensieri in un contesto come quello torinese». Un altro difensore d’ufficio è l’attore Elio Germano, che ha testimoniato in tribunale per il gruppo: «Assurde le accuse di associazione a delinquere». Da uno che se ne intende, Mario Capanna, ai microfoni di Un giorno da pecora, arriva invece un consiglio: «È necessario dotarsi di un minimo di servizio d’ordine. Chi organizza il corteo dovrebbe sapere che chi arriva con volto coperto, caschi e bastoni va allontanato».
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Le favole della gauche si infrangono però contro il racconto di uno che conosce bene Torino e i vizi della sinistra: l’ex senatore Pd Stefano Esposito, che chiese lo sgombero del centro sociale fin dai primi anni Duemila. Inascoltato e poi isolato dai colleghi di partito. Spiega Esposito: «Tutti sapevano come sarebbe finito il corteo. Lo sapevano Avs, il M5s e la Cgil. Hanno scelto di dare copertura politica e di questo sono responsabili». Il verdetto per l’ex parlamentare è netto: «Troppa ipocrisia in certa sinistra». Ad esempio quella dell’ex parlamentare europeo Daniele Viotti, componente della segreteria piemontese del Pd (con delega all’immigrazione), che se ne esce: «Piuttosto si dimettano il questore e il ministro Piantedosi». Insomma, è stato solo un “martelletto”.
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