Berlusconi ancora perseguitato. Minzolini: “Ripicca per la riforma e ritorno delle toghe rosse”
Qualche settimana prima di morire, fra pochi giorni sarà trascorso un anno, Silvio Berlusconi mi telefonò dalla camera del San Raffaele dov’era ricoverato confessandomi il cruccio che lo tormentava. «L’unica cosa che vorrei - mi disse con la voce rotta dalla commozione - è essere ricordato per le tante cose che ho fatto per questo Paese, per averlo servito con tanta dedizione. Invece, i miei avversari per rancore continuano a volermi far passare per un puttaniere. È una cosa ingiusta, cattiva, che non posso accettare e non posso permettere innanzitutto per i miei figli e per il Paese». Il Cav come al solito guardava lontano, i suoi avversari, quelli che ancora non hanno rimosso la sconfitta del ’94, che non gli perdonano di avergli sbarrato la strada verso quel Potere che erano convinti di avere già in mano, non contenti di averlo perseguitato in vita, a quanto pare, vogliono logorarne l’immagine anche dopo la morte. Siamo di fronte al tipico tentativo, per usare un’espressione latina, di “damnatio memoriae”: l’obiettivo è affibiargli una condanna postuma che stenda un velo di vergogna sulla sua figura di statista. E già solo questo pensiero inquieta, indigna. Eppure, basta leggere le cronache, è destino che Silvio Berlusconi non sia lasciato in pace neppure nell’aldilà.
Accanimento infinito delle toghe rosse contro Berlusconi. Vogliono un nuovo processo
Alla Procura di Firenze c’è ancora chi solleva l’accusa folle per non dire demente che ne scorgerebbe l’ombra dietro le stragi di mafia e - notizia di ieri - il procuratore generale della Cassazione vorrebbe anche rimettere in piedi il processo Ruby ter, quello che riguarda le olgettine, chiedendo di annullare l’assoluzione di tutti gli imputati (compreso il Cav) e di ripetere il processo. Senza entrare nel merito c’è da restare allibiti: ad un anno dalla scomparsa del Cav e a due giorni dal voto per le Europee c’è l’ennesimo tentativo di ritirarlo in ballo. Ora a parte i meccanismi processuali, a parte l’evidenza che sono stati celebrati quattro processi finiti tutti in bolle di sapone, c’è da chiedersi se la giustizia italiana non abbia altro da fare che rivangare una vicenda trita e ritrita. Una vicenda, va ricordato, in cui non c’è nessuna persona offesa (nessuno ha sporto denuncia) ma su cui sono stati costruiti prima “un caso” mediatico e poi il processo del secolo: sulla storia di Ruby Rubacuori si sono svolti, infatti, quasi lo stesso numero di processi che hanno tentato di ricostruire le responsabilità palesi e occulte dell’assassinio di Aldo Moro. Già solo questo paragone dà conto dell’enormità dell’assurdo che si è consumato.
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Ora davvero non si comprende dove questo meccanismo infernale voglia andare a parare. Soprattutto la ragione per cui negli ultimi mesi il fondatore di Forza Italia sia finito nel mirino anche da morto di una serie di iniziative giudiziarie. Iniziative giudiziarie che, a ben guardare, esclusi i soliti circoli e fogli giustizialisti, non hanno avuto neppure un grande eco mediatico perché in fondo la persecuzione postuma stona, disturba pure quelli che non sono mai stati fan del Cavaliere. Sarà solo una suggestione, un teorema spericolato come quelli di cui Berlusconi è stato spesso vittima, ma non vorremmo che tutto questo riverbero di attenzioni delle procure nei confronti del Cav sia il frutto di un riflesso condizionato contro chi è considerato a torto o a ragione l’ispiratore della riforma della giustizia, a cominciare da quella proposta che disturba tanto la casta che prevede la separazione delle carriere tra giudici e pm. Quel nome evoca una riforma per una giustizia più giusta, per un garantismo che ancora disturba un certo tipo di toghe. Appunto, magari sarà solo un’impressione errata, ma in fondo come insegnava Andreotti a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.
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