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Israele, Carrai sbotta: “L'antisionismo è antisemitismo. Colpa della sinistra”

Christian Campigli
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Un odio strisciante, subdolo e pericoloso. Una paura, quella di appartenere alla comunità ebraica, che pareva essersi persa nei meandri della storia. E che riappare da sinistra. Si dice «deluso ma non sorpreso», Marco Carrai, console onorario d'Israele. Dopo la strage del 7 ottobre sono aumentati, in modo esponenziale, gli episodi di antisionismo.

Lei vede all'orizzonte un preoccupante ritorno di un sentimento antisemita?
«È del tutto inutile illudersi che l'antisionismo non sia antisemitismo. Sono semplicemente due facce della stessa medaglia. Chi pensa di poter dividere il popolo ebraico da Gerusalemme non si rende conto che sta minando le origini stesse della nostra comunità. Noi ancora oggi preghiamo sopra le fondamenta di quello che è stato il tempio di David. Spesso i contestatori del diritto di esistere di Israele si celano dietro la definizione di antisionismo solo per timore di essere accusati di aver dimenticato la tragedia della Shoah».

Il governo Netanyahu ha risposto in modo coerente alla politica del terrore di Hamas o ha commesso degli errori?
«Israele è una democrazia viva, dove l'alternanza al potere è un dato acquisito. Mi dica lei in quali altri Paesi la democrazia riuscirebbe a reggere in un simile contesto. Questo perché l'ebraismo affonda le sue radici nella discussione della Torah nel tempio. Hamas è un'organizzazione paramilitare terrorista. E a dirlo è l'Unione Europea. Per Hamas, Israele non deve esistere. E questo viene scritto, nero su bianco, nei libri di scuola diffusi a Gaza. In Palestina non vi è libertà. Basti pensare all'enorme disparità di trattamento tra uomo e donna e nei confronti degli omosessuali».

 

 

In Italia, le posizioni più intransigenti contro il mondo ebraico vengono da sinistra. È sorpreso?
«Sono dispiaciuto, ma non sorpreso. Fino al 1968 il mondo progressista è sempre stato fortemente a sostegno della nascita di Israele. Il sionismo nasce da un'esperienza di sinistra, Theodor Herzl era di sinistra e l'esperienza dei kibbutz sono, ancora oggi, l'unico caso di socialismo reale realizzato concretamente. Poi, una parte del mondo arabo si è legata all'Urss e gli scenari sono mutati».

Nelle Università i collettivi impediscono di parlare a giornalisti che non sventolano la bandiera della Palestina e, al tempo stesso, chiedono di disattendere accordi di ricerca con Israele. Possiamo definire tutto col termine razzismo?
«Assolutamente sì. Siamo di fronte ad un autentico abominio. E, lo voglio dire con forza, non è consentito girarsi dall'altra parte. Le leggi razziali vennero firmate a Pisa, nella tenuta di San Rossore. Il primo passaggio fu proprio quello di impedire a docenti di origine ebraica di poter esercitare liberamente la propria professione».

 

 

Alcuni cittadini di religione ebraica sostengono di non sentirsi più al sicuro come qualche mese fa. È una paura comprensibile o del tutto fuori luogo?
«È assolutamente una paura comprensibile. Basta aprire un giornale, leggere cosa sta succedendo nelle nostre università, le scritte sui muri, le stelle di David disegnate accanto alle svastiche. Pensi che a Davos, nella civile Svizzera, un negozio ha esposto un cartello con il quale dichiarava la volontà di "non affittare sci agli ebrei"».

 

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