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Affluenza alle urne, crollo del Pd. La sinistra si attacca all'astensionismo

Christian Campigli
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Un disco rotto. Che ripete incessantemente la stessa, noiosa, litania. Quando le elezioni vanno male, la giustificazione del Partito Democratico è sempre indirizzata verso la scarsa partecipazione al voto. Sia ben chiaro, i dati definitivi dell'affluenza, 41,6% in Lombardia e 37,2% in Lazio, non sono un bel segnale. Per la nostra democrazia. È il segno che le persone si sentono distanti dalla politica. E da chi dovrebbe rappresentare i loro interessi. Migliorare, in sostanza, aspetti rilevanti della loro vita.

Questi impietosi numeri, al tempo stesso, sono anche l'espressione più evidente di scarso apprezzamento verso i candidati proposti. E visto che la maggioranza di chi si è recato alle urne ieri e oggi ha scelto il centrodestra, questa valutazione dovrebbe essere il centro dell'analisi di Pd e Cinque Stelle. Ma anche del Terzo Polo, decisamente sotto le attese a Milano e dintorni. “Male la sconfitta nel Lazio e in Lombardia. Male l'affluenza che colpisce soprattutto noi. Male le opposizioni divise e non competitive. Ricostruire sarà un lavoro duro ma risorgeremo. Ripartiamo da chi ha la forza popolare per un cambiamento vero. Il 26 febbraio con Stefano Bonaccini”.

Matteo Ricci, sindaco di Pesaro, coordinatore dei sindaci del Pd, individua nel fritto misto la soluzione a tutti i problemi. Una bella accozzaglia, come vorrebbe il governo dell'Emilia Romagna, che metta insieme Calenda e Grillo, Renzi e Conte. Peccato che, anche così facendo, i progressisti sarebbero indietro, e non di poco, sia in Lazio che in Lombardia. E se, anche dovessero vincere, durerebbero pochissimo a governare. Certe distanze, programmatiche, sono ad oggi siderali. Le elezioni regionali consegnano un quadro impietoso a chi ha il cuore che batte a sinistra: servono idee nuove e non solo un restyling di facciata. Non basta cambiare segretario o nome. Altrimenti la debacle di oggi rischia di essere la prima di una lunga, interminabile serie.

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