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Dl Aiuti, resa dei conti nel M5S. In Senato si va verso il non voto, ma i governisti preparano il segnale

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Le tensioni all'interno della maggioranza, con la minaccia di uno strappo da parte del Movimento 5 Stelle, restano al centro della settimana politica che si apre domani con il voto alla Camera sul dl Aiuti. Dopo il sì alla fiducia a Montecitorio, i pentastellati - che sul testo hanno annunciato l'astensione - devono ancora decidere come votare al Senato, dove il decreto approderà mercoledì 13 o, al massimo, giovedì 14 luglio, per l'approvazione definitiva (la conferenza dei capigruppo deciderà la data martedì). E proprio questo sarà il primo banco di prova per l'esecutivo, alle prese con un luglio 'caldo' anche sul fronte dei diritti - con le barricate annunciate dalla Lega su cittadinanza ai minori stranieri e uso della cannabis - oltre che sulle norme per taxi ed Ncc contenute nel dl Concorrenza. Il leader M5S Giuseppe Conte aspetta ancora da Draghi le risposte sul documento presentato al premier con le richieste dei pentastallati in 9 punti tra cui reddito di cittadinanza, superbonus e salario minimo. Numerosi sono i grillini che premono per aprire la crisi e uscire dal governo, ma i pontieri, anche nel Pd, sono al lavoro per scongiurare la rottura. Nel partito di Conte convivono però diverse anime ed è possibile che domani sul dl Aiuti possa arrivare qualche sì dagli esponenti più governisti.

 

 

Una sorta di avvertimento a chi tra i grillini vorrebbe andare all'opposizione. Rumors di palazzo, infatti, parlano di una quindicina di deputati pronti ad approdare a Insieme per il futuro di Luigi Di Maio. Riavvolgendo il nastro e tornando all'appuntamento del Senato, in un colloquio con Repubblica, il ministro M5S, Stefano Patuanelli, ha escluso un 'Papeete bis', annunciando però che al momento del voto sulla fiducia in Senato i 5 Stelle potrebbero uscire dall'Aula. A Palazzo Madama, infatti, il voto è unico e il Movimento non può quindi replicare la modalità seguita alla Camera, ossia sì alla fiducia e astensione sul testo. Così il governo incasserebbe la fiducia, ma dovrebbe comunque fronteggiare il peso di un atto politico grave. "La linea - ha spiegato il sottosegretario all'Interno Carlo Sibilia - è chiara: non vogliamo un Papeete bis, ma il salario minimo. Attendiamo feedback dalle altre forze politiche". Mario Draghi attende e confida nel sì alla fiducia anche a palazzo Madama. Il dl Aiuti, è il ragionamento, è un provvedimento da 14 miliardi per famiglie e imprese, su cui anche i 5Stelle hanno dato il proprio contributo, il distinguo pentastellato sarebbe inappropriato.

 

 

Duro, invece, il commento dei dimaiani nei confronti degli ex compagni di partito: "Minacciare a giorni alterni una crisi in uno dei periodi storici più complicati e, per certi versi, drammatici della storia della Repubblica è colpevole e indecente nei confronti dei cittadini e delle nostre imprese", attacca Battelli, secondo cui "tenere in ostaggio governo e Paese, alzare continuamente la tensione ricorrendo al vittimismo, risponde a un solo obiettivo: invertire il trend dei sondaggi". Dal Pd Tatjana Rojc avvisa: "Ci sono passaggi delicati come questo al Senato in cui occorre che tutti facciano molta attenzione ed evitino atti arrischiati con calcoli che possono sfuggire di mano e conseguenze che probabilmente nemmeno si vogliono. Draghi e tutto il Governo devono essere pienamente legittimati e sostenuti, a maggior ragione da chi fa parte dell'esecutivo". Mentre dall'opposizione il capogruppo di FdI al Senato Ciriani non vede crisi ma parla "di altra commedia degli inganni" da parte dei 5 Stelle. Nei partiti tiene banco comunque l'ipotesi di un 'Draghi bis' ma senza i 5 Stelle.

 

 

Eventualità messa da parte, per la verità, dallo stesso Draghi nella conferenza stampa del 30 giugno. I numeri alla Camera e al Senato sono chiari: la scissione di Luigi Di Maio, fondatore di Insieme per il futuro, ha messo in sicurezza l'esecutivo. "Il governo draghi rischia se non fa le cose", ha detto oggi in una intervista a Qn anche il leader della Lega, Matteo Salvini. Il quale, ribandendo il no alle norme su Ius scholae e cannabis, ha poi fissato i suoi 'paletti' per portare a termine la legislatura: una "rinnovata pace fiscale" per famiglie e imprese, il superamento della "sciagurata legge Fornero con Quota 41" e poi ancora equo compenso e Autonomia regionale. Per il ministro degli Affari regionali, Mariastella Gelmini, la priorità è portare avanti "l'agenda Draghi" perché il Pnrr "non si esaurisce nel 2022". Dalle forze di maggioranza serve dunque "responsabilità". Il dubbio, secondo Gelmini, "è che i 5 Stelle abbiano precostituito un pretesto per uscire dal governo come e quando lo riterranno". Le fibrillazioni alla vigilia delle elezioni sono "fisiologiche" ma "chi stacca la spina al governo - avverte l'esponente di Fi - stacca la spina al Paese".

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