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Conte ha mentito pure al Parlamento, altro che Cts: il premier ha segregato in casa gli italiani

Riccardo Mazzoni
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La situazione era già grave anche prima della desecretazione parziale dei documenti del Comitato tecnico scientifico, visto che il governo aveva limitato molte libertà costituzionali sulla base di atti amministrativi del presidente del consiglio sanati solo ex post da decreti legge passati dal Parlamento. La riforma dei servizi segreti inserita di soppiatto nel decreto di proroga dello stato d’emergenza sembrava poi aver raggiunto il culmine della spregiudicatezza di un governo che può contare su una maggioranza parlamentare ma che è, fin dalla sua costituzione, minoranza nel Paese.

Al peggio però non c’è mai fine, e lo si è scoperto ieri, quando Conte – dopo una strenua resistenza - ha deciso di desecretare i documenti del Cts non di propria volontà, ma per l’intervento del Copasir e per la certezza che il Consiglio di Stato gli avrebbe dato torto. Quei documenti hanno dimostrato che il lockdown totale non era stato deciso dai tecnici, che avevano dato indicazione del tutto diversa, limitandosi a suggerire le zone rosse solo nelle regioni del nord più a rischio, ma esclusivamente dal governo. Una decisione tutta politica, dunque, dopo che per settimane si era fatto credere agli italiani che il potere esecutivo fosse stato eterodiretto da un’oligarchia di esperti, e che non avesse toccato foglia che il Comitato non volesse. Tutto falso, o quasi: la responsabilità di aver condannato alla chiusura milioni di imprese, molte delle quali non riapriranno mai più i battenti anche e soprattutto nel centro-sud, con un principio di precauzione applicato quindi molto oltre le indicazioni della scienza, va attribuita solo e soltanto alla sindrome da onnipotenza che ha colto il premier, i suoi più stretti collaboratori e alcuni ministri di fronte alla pandemia.

Ma questo non basta ancora a descrivere le proporzioni dello scandalo: il governo aveva infatti omesso di desecretare gli atti riguardanti la mancata istituzione della zona rossa nella Bergamasca. Il Cts già il 3 marzo aveva chiesto di estendere ai comuni di Alzano e Nembro, in Valseriana, le rigide misure di sicurezza già in vigore in altre zone della Lombardia, ma quell’istanza non fu accolta, nonostante una preventiva mobilitazione dell’esercito poi inspiegabilmente rientrata. Questa circostanza era comunque in larga parte già nota. La certificazione dei fatti è stata però svelata ieri non per via ufficiale, ma solo grazie a una minuziosa ricostruzione giornalistica, a conferma che Palazzo Chigi si è trasformato con la gestione Conte-Casalino in un crocevia di misteri mascherato dalla trasparenza surrettizia delle dirette Facebook. Ieri è emerso infatti un altro giallo sconcertante: il premier, interrogato come testimone a giugno dai magistrati di Bergamo proprio sulla vicenda della zona rossa attivata in ritardo, dichiarò che il documento del Cts sulla Bergamasca, cruciale per arginare la fase più acuta dell’epidemia, non era mai arrivato sul suo tavolo, e che quindi lui non aveva mai potuto esaminarlo. Com’è possibile? Qualcuno forse glielo tenne artatamente nascosto? Oppure nel Palazzo che ha tenuto in mano per mesi - senza neanche un preventivo controllo parlamentare - i destini del Paese c’era una confusione tale da mandare smarriti anche atti fondamentali per la tutela della salute pubblica? Tutte domande che richiedono un chiarimento immediato, altrimenti in qualcuno potrebbe sorgere anche il sospetto che il premier per scagionarsi abbia mentito ai pm che lo interrogavano, e questo aprirebbe scenari che non vogliamo nemmeno immaginare.

Ma, anche escludendo per ipotesi una circostanza così grave, se ne pone un’altra ugualmente seria che sta scritta a lettere scarlatte nei resoconti parlamentari. Perché il 26 marzo, quando si presentò alle Camere per “l’informativa sulle iniziative del governo per fronteggiare l’emergenza derivante dal diffondersi dell’epidemia da Covid-19 e conseguente discussione”, Conte su un punto decisivo non disse la verità. Il premier, in un discorso ricolmo di autoelogi per come l’Italia fosse stata un esempio per il mondo nel fronteggiare l’emergenza epidemica, disse che “chi parla è pienamente consapevole che dalle sue scelte e da ogni decisione assunta discendono conseguenze, oggi più che mai di immane portata per la vita, innanzitutto fisica, dei singoli cittadini; scelte che condizioneranno anche il futuro della nostra comunità”. Erano i giorni dei paragoni con Churchill, e quindi Conte pose una domanda retorica: “Siamo all'altezza del compito che il destino ci ha riservato? La storia domani ci giudicherà, verrà il tempo dei bilanci e delle valutazioni su quello che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto. Tutti avranno la possibilità di sindacare il nostro operato e trarne le conseguenze. D'altra parte, ricordavo ieri che molti in questi giorni hanno ricordato ed evocano anche pubblicamente le pagine scritte da Manzoni ne «I promessi sposi»; lì a un certo punto viene ricordato un antico proverbio, che è ancora oggi fortemente in auge, per cui «del senno del poi son piene le fosse»”.

Poi, conclusi i riferimenti storico-letterari, l’intervento scivolò su una bugia che allora nessuno poté cogliere, ma che alla luce delle nuove rivelazioni pesa come un macigno sulla già traballante credibilità del premier: “Una volta verificato che la circolazione del virus superava ambiti geografici facilmente e chiaramente isolabili – scandì - ci siamo subito resi conto, ma seguendo sempre le raccomandazioni del comitato tecnico scientifico, che le misure di contenimento geografico perdevano di valore e significato, mentre assumevano ancora più rilevanza quelle di distanziamento sociale, via via incrementate con i provvedimenti che si sono succeduti, dapprima nelle Regioni interessate e poi su tutto il territorio nazionale”.

Dunque, Conte dichiarò al Parlamento di aver agito “seguendo sempre le raccomandazioni del comitato tecnico scientifico”, frase fragorosamente smentita dalla desecretazione degli atti, perché il lockdown nazionale lo decise lui, in difformità proprio con le indicazioni del Cts. Per cui la domanda delle domande ora diventa un’altra: può restare in carica come su nulla fosse un premier che ha mentito al Parlamento?

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