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La democrazia nell’era digitale: è tutto oro il “diretto” che luccica?

La democrazia nell’era digitale: è tutto oro il “diretto” che luccica?

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Nel 1928, il giurista Carl Schmitt immaginava “che un giorno, per mezzo di ingegnose invenzioni, ogni singolo uomo, senza lasciare la sua abitazione, con un apparecchio [potrà] continuamente esprimere le sue opinioni sulle questioni politiche e che tutte queste opinioni [verranno] automaticamente registrate da una centrale, dove [occorrerà] solo darne lettura”. Oggi questo passo suona come una profezia quanto mai prossima ad avverarsi: la tecnologia ha fornito una serie di strumenti, a cominciare da internet, che aprono sentieri d’ingegneria costituzionale prima impraticabili. Sentieri che la politica sembra voler esplorare: da più di un anno, sono all’esame delle Camere due proposte di riforma costituzionale (la riduzione del numero dei parlamentari e l’introduzione del cosiddetto referendum propositivo) accomunate da una medesima logica: la rivisitazione del modello democratico, nell’intento di disegnare un nuovo equilibro fra le componenti riconducibili al sistema della democrazia rappresentativa, e quelle ascrivibili al paradigma della democrazia diretta.

È opportuno, allora, porsi una domanda: quali sono le sfide che la rivoluzione digitale pone al sistema democratico?

L’impatto positivo, indiscutibile, che la rete ha determinato sulla dialettica fra individuo e potere è stato ampiamente investigato; l’entusiasmo verso le potenzialità dell’agorà digitale, però, non deve far velo rispetto ai rischi, altrettanto significativi: ne voglio ricordare alcuni.

Per cominciare, internet da un lato reca in sé una forte istanza egualitaria, essendo più o meno liberamente accessibile a tutti; dall’altro lato disintermedia e facilita il rapporto fra individuo e potere. Ebbene: la storiografia e la sociologia hanno più volte posto l’attenzione sul fatto che il livellamento delle identità e i processi di massificazione della società costituiscono il primo passo per l’affermazione di regimi autoritari o totalitari: a fronte di una società omogeneizzata il potere ha miglior gioco nella creazione del pensiero unico e nella conseguente cristallizzazione della propria posizione egemonica. Ancora, la disintermediazione fra potere e individuo è bidirezionale: quindi, come per il cittadino è più facile interloquire con il potere, allo stesso modo per il potere è più facile raggiungere il cittadino, con tecniche più o meno suggestive e suadenti di creazione del consenso, di mobilitazione, di guida dell’opinion making.

Il costante ricorso alla democrazia diretta per via telematica, configurando una sorta di onnipresente ricorso al popolo sovrano, si espone poi ad impieghi demagogici, plebiscitari, leaderistici e irrazionalistici, difficilmente presidiabili. Questa sorta di riedizione della provocatio ad populum può essere agitata come un maglio contro le istituzioni rappresentative, per ridurre al silenzio le minoranze o compattare le maggioranze, attraverso scontri fra legittimazione pericolosi, e a rischio di cortocircuito istituzionale.

Non bisogna poi ignorare che il ricorso costante alla democrazia diretta può degenerare in “sondocrazia”. Calibrando la decisione politica sul volatile termometro dei sondaggi o sulle reazioni a caldo dell’opinione pubblica si lega in modo fatale il decision making al contingente e all’estemporaneo: questo impedisce la progettazione e implementazione di politiche organiche, di ampio raggio, imponendo decisioni a singhiozzo e strategie di piccolo cabottaggio.  

Di fronte a tutto ciò, che fare? Non è certo possibile una risposta definitiva. Però vale la pena rammentare che la democrazia non è solo un modo di essere “olistico” delle istituzioni, non è solo una formina scientifica o una categoria idealtipica, ma è anche, e soprattutto, una disposizione individuale.  Se è vero – come ricorda Popper – che le istituzioni, come le fortezze, resistono solo se è buona la guarnigione, è allora innanzitutto agli individui che le compongono che bisogna guardare. E allora, il successo o l’insuccesso dei modelli istituzionali dipendono in ultima analisi da noi, e dalla nostra capacità di operare ogni giorno come “utenti”, e al contempo “sentinelle”, consapevoli e responsabili del sistema democratico. 

* Professore a contratto di Diritto Pubblico – Università San Raffaele

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