Giustizia è fatta, avrà esclamato di nuovo Napolitano. Ora è toccato a Bossi beccarsi diciotto mesi di reclusione per vilipendio del capo dello Stato. Che anche da ex colleziona nemici da sbattere dentro. Il capo storico della Lega, nel 2011, mentre l'ultimo governo indicato dal popolo, quello di Berlusconi, veniva fatto fuori per spalancare le porte di palazzo Chigi e del Senato a Mario Monti, attaccò alla sua maniera ruvida, ma nemmeno tanto, l'allora presidente della Repubblica. Fece un paio di corna - e che sarà mai - e osò dargli del «terun», che com'è noto è l'offesa più sanguinosa del Terzo millennio. A noi toccarono sei mesi e non diciotto: al mercato del vilipendio, il terun vale tre volte la figurina con scritto indegno. Sembra incredibile, ma stiamo ancora a questo. Nel paese in cui l'immunità parlamentare ormai è utile a sfuggire dalla galera per i gaglioffi che rubano e si arricchiscono, si punisce invece la parola del parlamentare, dell'esponente politico. Tutto questo accade mentre la Camera dorme. Il Senato ha approvato a giugno - su proposta di Gasparri e del Movimento Cinque stelle - la riforma parziale del vilipendio del presidente della Repubblica. Anziché abrogare direttamente il reato punito dal codice penale con una reclusione che viaggia fino a cinque anni, la Camera alta ha preferito solo attenuare la sanzione: multa da cinquemila a ventimila euro; galera fino a due anni se si attribuisce un fatto determinato al capo dello Stato. In commissione giustizia della Camera è il deputato leghista Molteni a chiedere di calendarizzare la legge approvata dal Senato. Ma si deve svegliare la presidente Boldrini. Ora ci passa di mezzo Umberto Bossi: parliamo di un pezzo di storia di questo Paese. Ma davvero qualcuno può ritenere che debba svernare in carcere per aver detto quello che pensa di Napolitano e probabilmente nemmeno tutto quello che pensa? Democrazia vo' cercando
La democrazia del vilipendio
di Francesco Storace