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Il precedente della "legge truffa" che segnò la fine di De Gasperi

Nel 1953 il premio di maggioranza non scattò e venne abrogato un anno dopo

Il precedente della "legge truffa" che segnò la fine di De Gasperi

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Raramente la storia insegna qualcosa alla politica. Eppure il precedente della cosiddetta «legge truffa» un po’ di prudenza dovrebbe consigliarla a Matteo Renzi. Così, quando il premier riflette sulla necessità o meno di chiedere un voto di fiducia sulla legge elettorale, dovrebbe ricordarsi che nell’epoca in cui una simile decisione venne presa, le proteste furono assai più vibranti di quelle in scena oggi. E che, soprattutto, l’approvazione di quella discussa riforma del voto non portò bene né alla legge stessa - abrogata dopo un anno - né a chi l’aveva caldeggiata, quel De Gasperi che su quella battaglia si giocò il proprio destino politico.

Era il 1953 e all’epoca il Parlamento era eletto con il sistema proporzionale, che veniva considerato il più fedele nel rispettare la rappresentatività del corpo elettorale. Ma che, al tempo stesso, costringeva i partiti principali ad alleanze sempre più difficili per dar vita a governi stabili. E così, nella Dc, maturò l’idea di varare il primo premio di maggioranza della storia politica italiana. In pratica, si trattava di assegnare alla coalizione di liste che avessero raggiunto il 50% più uno dei voti validi il 65% dei seggi alla Camera dei Deputati, permettendo così una maggiore governabilità.

A parlare di «legge truffa» fu Piero Calamandrei. E contro la proposta dell’allora ministro Mario Scelba si scatenò una vera e propria rivolta parlamentare, culminata in lanci di oggetti, proteste, dimissioni in massa. A far infuriare le opposizioni fu proprio la decisione di De Gasperi di chiedere la fiducia sul provvedimento e la proposta di Oscar Luigi Scalfaro di accelerare le votazioni, andando avanti anche nei giorni festivi, pur di approvare la legge in tempo per applicarla già nel turno elettorale del 1953.

Peccato che per i promotori di quel tentativo la cosa finì molto male. Nonostante l’ampia coalizione - anche se all’epoca non si chiamavano ancora così - che si presentò unità per conseguire il premio di maggioranza, il 50% più uno non fu raggiunto e il meccanismo non scattò. Dc, Psdi, Pli, Pri, Partito sardo d’azione, Sud Tiroler-Volkspartei e Partito Popolare Sudtirolese si fermarono infatti al 49,8% dei voti espressi, circa 50mila in meno di quelli che sarebbero stati necessari per conquistare il 65% dei seggi. Determinante, nell’insuccesso, fu proprio il drastico calo dei consensi della Dc, che anche in seguito all’opposizione della cosiddetta «società civile» perse circa l’8% dei consensi rispetto alle precedenti elezioni.

Quel drammatico stop costituì la fine dell’era politica di De Gasperi e anche la «legge truffa» ebbe vita molto breve. Nel giugno del 1974, infatti, fu abrogata su proposta di Pietro Nenni.

In realtà, rispetto al passato tante cose son cambiate. Probabilmente in peggio, se è vero che l’Italicum prevede un ipotetico premio di maggioranza anche per risultati molto inferiori al 50% e solo per una lista, non per una coalizione. Ma anche le analogie sono diverse. Le polemiche, le forzature dell’iter parlamentare e, soprattutto, il timore che una legge del genere si possa ritorcere contro il fautore. La discesa di Renzi nei sondaggi sembra implacabile. Cosa succederebbe, ad esempio, in un ipotetico ballottaggio se al partito dell’attuale premier si contrapponesse tutto l’arco delle forza anti-renziane? Probabilmente, il Matteo pigliatutto da truffatore si trasformerebbe in truffato.

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