Il messaggio è chiaro. E anche l’obiettivo. Matteo Renzi riappare in pubblico dopo il silenzio stampa studiato a tavolino per far calare un po’ l’attenzione attorno a sé. Il sindaco di Firenze ha capito che stava diventando uno dei tanti. Una riedizione del Walter Veltroni che, conquistata la segreteria del Pd, contribuì a far naufragare il secondo governo Prodi. Ha capito che continuare a discutere di regole, a polemizzare con chi stava (e sta ancora) complottando per fermare la sua corsa verso Palazzo Chigi, lo stava allontanando dai cittadini trasformandolo in un uomo del Palazzo. Così si è fermato ed ha fatto un passo indietro. Basta parlare di vicende nazionali. Lui è un sindaco non un grigio burocrate di partito. Da qui la decisione di moltiplicare i suoi impegni cittadini. L’homepage del suo sito ne è la testimonianza: «San Lorenzo, la facciata della Basilica libera dalle bancarelle»; «Sgomberato dopo 10 anni l’ex ospedale di Poggio Secco»; «Consegnati 6 nuovi alloggi Erp in via del Bronzino»; «Inaugurato a Ugnano il nuovo fontanello di acqua naturale e gassata. È il numero 18 in città». Se non si trattasse di Renzi la cosa interesserebbe più che altro i fiorentini. Invece è parte integrante della strategia che Matteo intende mettere in campo per prendersi il Pd e il governo del Paese. Un strategia riconfermata ieri quando il rottamatore si è presentato sul palco della festa democratica di Bosco Albergati (Castelfranco Emilia, Modena). Non a caso ha iniziato scusandosi per il ritardo: «Stavo facendo la giunta e siamo andati per le lunghe». Poi, dopo aver sottolineato «la bellezza di uomini e donne che gratuitamente danno il loro tempo per una comunità (in questo caso la comunità del Pd)», ha sfoderato una citazione musicale: Luciano Ligabue. «Ventitre anni fa - ha spiegato -, a 23 chilometri da qui, cantava "Non è tempo per noi e forse non lo sarà mai". Vorrei che provassimo a capire se davvero non è tempo per noi o se mettendoci a lavorare possiamo dare all’Italia un futuro all’altezza dei sogni più belli». La risposta è scontata. Dopo 23 anni in cui «non ci siamo fatti mancare niente» (citazione per i leghisti che insultano il ministro Cècile Kyenge cui Renzi rivolge l’abbraccio di tutti i presenti), è giunto «il tempo per noi». Che poi sarebbe il «tempo per sé». Perché è chiaro che anche se alla fine fa il modesto spiegando che «non è importante quello che faccio io», il sindaco ha ben presente qual è l’approdo finale: via i protagonisti della «mai veramente nata» Seconda Repubblica e largo ad una nuova generazione. Di cui Renzi è naturale guida. Almeno nel campo democratico. «Anche noi abbiamo sbagliato qualche calcio di rigore - ha sottolineato -. Potevamo fare di più». Ora, però, è arrivato il momento di «voltare pagina». Di «inventare sperimentare e innovare» (citazione per il patron di Amazon Jeff Bezos). Di andare oltre la «vecchia tessera». Di «superare il regno della tecnocrazia» e «tornare alla politica». Quindi la sentenza finale: «Non possiamo andare avanti con questi politici. Che minacciano guerre civili ma poi votano insieme le stesse cose». Lui non è tra loro. Lui è diverso. E fa di tutto per evidenziarlo. Così il comizio si trasforma in un avvio di campagna elettorale. In cui Matteo prova ad abbozzare un programma fondato su cinque «E» (educazione, energia, equità, Europa, entusiasmo). Mentre rilancia un vecchio cavallo di battaglia: la necessità di superare l’idea di un Pd che vive solo in contrapposizione a Silvio Berlusconi. «Voglio un Pd - insiste - che non vive di nemici ma chiede l’amicizia agli italiani. Sono 20 anni che facciamo tutto aspettando Berlusconi. Almeno il congresso possiamo farlo senza di lui? Possiamo recuperare un po’ della nostra dignità?» Archiviata la stagione berlusconiana («le sentenze si rispettano e la legge è uguale per tutti»), Renzi veste i panni del «cittadino» e incalza governo e partito. Spiega che occorre recuperare «i delusi» di Pd e Pd, ma anche di Beppe Grillo («una delusione pazzesca»), ma soprattutto parla ad Enrico Letta: «Io sono un italiano e spero che faccia le cose per il bene dell’Italia. Non deve utilizzare la voce del verbo "durare" ma del verbo "fare". Criticare non è slealtà. Enrico noi siamo al tuo fianco, ma se non sei in grado di fare le cose per cui sei stato votato non cercare alibi fuori dal Parlamento». Eccolo qui il segreto. Lui, Matteo, è fuori dal Parlamento. Un sindaco alle prese con le piccole cose che interessano la gente. Se c’è qualcuno che vuole continuare a discutere di «primarie semichiuse» (oggi il sindaco dovrebbe essere alla Direzione che dovrebbe definire le regole del congresso) si accomodi. Renzi preferisce parlare d’altro: «Mi hanno detto tu metti in un angolo, facciamo tutto noi, poi torni e prendi i voti alle elezioni. Non hanno capito che se c’è un motivo per cui prendo i voti è che non ci sono loro. Non faccio la foglia di fico, mi dispiace. Fissiamo la data del congresso e cominciamo a parlare dei problemi veri». L’assalto al Palazzo è cominciato.
E Renzi avvia la campagna elettorale
Il sindaco torna in pubblico e parafrasa Ligabue: «Ora è il tempo per noi» Poi si rivolge a Letta: «Se non fa le cose non cerchi alibi fuori dal Parlamento»
