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Monti è l'uomo giusto per cambiare

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Un rivoluzionario del secolo scorso affermava che «i programmi sono bandiere piantate nella testa della gente» .In altre parole, serve a ben poco redigere, al momento delle elezioni, pagine su pagine corredate di proposte e progetti che, anche in caso di vittoria elettorale, avranno attuazione soltanto se le condizioni politiche ed economiche lo consentiranno in un'epoca di rapide ed inaspettate trasformazioni come quelle che stiamo vivendo e che fanno esplodere, sotto i nostri occhi, mutamenti tanto radicali e profondi. Nel 1994, Silvio Berlusconi raccolse intorno ad un partito-azienda gli italiani dicendo loro che non dovevano rassegnarsi a regalare agli eredi del Pci un potere ottenuto per via giudiziaria. Romano Prodi, nel 2006, mise al lavoro tante teste d'uovo che preparano un programma che sembrava un'enciclopedia. In quelle 200 e rotte pagine, però, le bandiere erano troppe e differenti. E quella maggioranza implose dopo due anni. La gente afferra il senso vero di un'importante battaglia politica. A mio avviso, quella che si è aperta, si svolgerà - come ha sostenuto Pietro Ichino - tra due schieramenti distinti, con aspetti di di carattere trasversale: tra chi è convinto che la strategia migliore per uscire dalla crisi sia quella concordata con i nostri partner europei e chi invece è convinto che proprio questa strategia sia la rovina del Paese. Mario Monti, nella conferenza stampa di fine anno ha fatto delle affermazioni importantissime per dimostrare quanto siano cruciali l'Europa e la stabilità monetaria per il nostro Paese e per spiegare come si sta nell'Unione europea, decidendo insieme e tenendo conto delle posizioni dei partner allo scopo di determinare, così, una posizione comune. Da noi, la campagna contro la Germania e Angela Merkel è stucchevole e disonesta. Ma ambedue gli schieramenti che si dicono avversari e alternativi - sia pure con stili differenti - non esitano a farvi ricorso. Berlusconi si avvale di un pressapochismo populista (che lo porta ad interpretare all'ingrosso le slides che gli forniscono quotidianamente). Bersani, che è abile, cerca di accreditarsi all'estero perché sa che altrimenti non vincerebbe in Italia. Ma i suoi collaboratori (e il Sel, suo principale alleato) parlano apertamente di rinegoziare il fiscal compact (un obiettivo condiviso anche da Fratelli d'Italia) e di costruire, insieme ai progressisti di altri Paesi, una linea contrapposta a quella tedesca. In nome di una sovranità nazionale che nel mondo globalizzato è solo una chimera. Dietro a queste formazioni, stanno le forze deliranti (la Lega Nord e il Movimento 5 stelle) che addirittura ipotizzano una radicale messa in discussione della Ue e dell'euro. In materia di lavoro e di welfare l'agenda che accompagna la «salita in politica» di Mario Monti contiene alcuni aspetti interessanti. Ma prima ancora di far «cantare» la «carta programmatica» vale la pena di inquadrare le proposte effettuate nel contesto, altrettanto significativo, in cui il premier dimissionario ha ritenuto di collocare il suo prossimo impegno politico. Nei giorni scorsi Monti ha visitato lo stabilimento della Fiat di Melfi, ha parlato con Sergio Marchionne ed è stato applaudito dalle maestranze. In quell'occasione, è emerso evidente un apprezzamento per un modello di relazioni industriali che, invece, è da anni oggetto di vere e proprie campagne diffamatorie sul piano politico, sindacale, giudiziario e mediatico. Da quanto tempo un presidente del consiglio non si recava a visitare una unità produttiva in grande trasformazione come quella di Melfi, che, insieme a Pomigliano, rappresenta una delle poche realtà innovative del Mezzogiorno? Le valutazioni del premier in quella sede (criticate dalla Fiom e dalla Cgil) hanno poi trovato riscontro nei giudizi eleganti e corretti ma estremamente netti e duri che, durante la conferenza stampa di fine anno, il professore ha rivolto alla Cgil, a Vendola e al Sel e a certi settori del Pd, chiamandoli direttamente in causa. Tali riferimenti hanno riguardato sia la linea di condotta che quelle forze hanno tenuto in occasione della riforma del lavoro riconoscendo (è scritto nel documento programmatico) che nel mercato del lavoro occorrerebbe maggiore flessibilità, anche per aumentare l'occupazione; sia l'accordo sulla produttività, non sottoscritto dalla Cgil. A quest'ultimo proposito Monti ha ricordato, nella conferenza stampa di fine anno, che la crescita non è determinata soltanto da fattori macroeconomici, ma anche dalla organizzazione dei fattori produttivi delle imprese e dai meccanismi retributivi che incentivano una maggiore produttività e qualità del lavoro. In sostanza, il premier ha tracciato il perimetro entro il quale collocare le forze del riformismo, che poi sono - ecco la continuità - le stesse indicate da Maurizio Sacconi, quando stava al dicastero del Lavoro. Come si fa a dire che il professore si appresta a tirare la volata al Pd, proprio quando include tra i conservatori il suo principale azionista di riferimento? Le «bandiere» che il premier vuole piantare nella testa della gente che lo voterà (che senso ha pretendere che si metta in lista quando a perdere o a vincere sarà comunque lui?) sono due: il cambiamento e l'Europa, due termini tra loro inscindibili. Un cambiamento possibile, ma necessario; l'Europa che esiste, anche se non piace a chi vorrebbe rammendare all'infinito «le solite vecchie calze» del modello sociale europeo. La crisi del vecchio Continente è racchiusa in tre cifre: vi abita l'8% della popolazione del pianeta, produce il 25% del pil mondiale, consuma la metà dell'intera spesa sociale. Una combinazione non più sostenibile. 

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