Le dimissioni di Silvio spiazzano il Pd
I numeri sono numeri. E quelli usciti ieri da Montecitorio dicono che la maggioranza non c'è più. Ma anche che l'opposizione sta meno bene di quello che vorrebbe far credere. Alla fine non hanno votato il Rendiconto dello Stato in 321. Tra questi, però, c'erano due assenti della maggioranza (Alfonso Papa e Francesco Nucara). E poi bisogna fare i conti sul fatto che Gianfranco Fini non vota. Così si arriva a 318. Ora la domanda nasce spontanea: ha senso sostituire un governo che stenta a raggiungere quota 315 con uno che, mettendo insieme tutto e il contrario di tutto, arriva a 318? Certo, la versione ufficiale recita che con Silvio Berlusconi fuori dai giochi, il Pdl si sfalderebbe e in molti arriverebbero a sostenere un esecutivo alternativo. Ma la realtà non sempre corrisponde ai desideri. In ogni caso Pd e Udc continuano a tenere aperta questa strada, anche se giunti a questo punto le elezioni appaiono come lo scenario più probabile. E la cosa spaventa e non poco i Democratici che ora sentono di essersi infilati in un vicolo cieco. Non a caso, prendendo la parola in Aula come unico esponente dell'opposizione, il segretario Pier Luigi Bersani era stato chiaro: Berlusconi si deve dimettere. Non indicando, però, alcuna strada per il futuro («faremo la nostra parte!»). Ora il Cavaliere ha detto che si dimetterà e una domanda riecheggia nei corridoi del Nazareno: che si fa? Perché la "road map" concordata con il Quirinale non era quella che si erano immaginati i vertici del Pd. Si sperava, dopo aver certificato l'assenza di una maggioranza, di riuscire a sfiduciarla in Parlamento attraverso una mozione da presentare il prima possibile. Adesso, invece, tutto è legato all'approvazione della legge di stabilità. E qui vengono le note dolenti. Antonio Di Pietro, principale alleato dei Democratici, ha già fatto sapere di essere preoccupato per «l'epilogo annunciato Berlusconi». Non solo perché è convinto che il Cavaliere stia prendendo tempo per recuperare pezzi di maggioranza, ma anche perché nel testo che si dovrà votare e approvare, saranno contenute «quelle misure da macelleria sociale che abbiamo sempre contestato». Quelle stesse misure che, però, chiede l'Europa. E anche il Pd, già diviso tra chi spinge per un governo di transizione (Enrico Letta e Walter Veltroni tra gli altri) e chi sembra più incline a votare subito (Bersani), è spaccato tra chi considera le richieste della Ue irricevibili e chi invece le ritiene da approvare. Forse per questo i Democratici producono una soluzione che è un capolavoro di "ma-anchismo". «Ci riserviamo - spiega il leader del Pd - un esame rigoroso del contenuto dell'annunciato maxiemendamento alla legge di stabilità per verificare le condizioni che ne permettano, anche in caso di nostra contrarietà, una rapida approvazione». Che tradotto vuole dire: non sappiamo ancora se lo voteremo, forse no, ma in ogni caso lo fare approvare. Non proprio una posizione cristallina che lascia aperti tutti i dubbi sull'effettiva credibilità di un esecutivo guidato dal centrosinistra. E non è un ottimo biglietto da visita nemmeno in vista della campagna elettorale. Che per altro si preannuncia piuttosto "cruenta" anche per il rischio legato alle primarie di coalizione. Non a caso, mentre Matteo Renzi si scalda in panchina, sia Di Pietro che Nichi Vendola invocano a gran voce il voto convinti di poter lucrare un po' di consensi ai danni dei Democratici. Così Bersani frena: «Il percorso è pienamente nelle prerogative del Capo dello Stato e del Parlamento». L'impressione, però, è che la palla sia nelle mani di Berlusconi. Qualcuno, a denti stretti, descrive anche un altro scenario: «E se dopo l'approvazione della legge di stabilità nasce un governo guidato da Angelino Alfano e appoggiato dall'Udc?» Per i Democratici si passerebbe immediatamente dalla liberazione all'incubo.
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