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Un miliardo di lire "l'anticipo" per Penati

Filippo Penati

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Un pizzo pesante, in lire. Perché da quanto trapela dall'inchiesta sulle tangenti a Filippo Penati questa sarebbe la cifra più alta, versata in una sola volta, tra il 1997 e il 2003. Altre sarebbero confluite nelle tasche dell'ex capo della segreteria di Bersani, sempre per mano del suo grande accusatore: l'imprenditore Piero di Caterina. Il tutto in cambio di favori, chiesti a Penati - allora sindaco di Sesto San Giovanni - e al suo ex braccio destro, Giordano Vimercati. La cifra di un miliardo è segnata su un «prospetto», un foglio formato A4, consegnato alla magistratura dall'imprenditore titolare della Caronte, società operativa nel trasporto pubblico, e ora agli atti dell'inchiesta dei pm di Monza Walter Mapelli e Franca Macchia su un presunto giro di tangenti legate a operazioni edilizie nella aree ex Falck e Marelli e alla gestione del Servizio Intergrato Trasporto Alto Milanese, il Sitam. Tra gli indagati, una ventina di persone in tutto, figurano non solo Penati e Vimercati, ma anche Di Caterina, il costruttore sestese Giuseppe Pasini, l'assessore del comune alle porte di Milano Pasqualino Di Leva (dimessosi da poco), l'architetto Marco Magni e anche l'immobiliarista Luigi Zunino e quello che viene definito il suo «socio» e cioè il «re delle bonifiche» Giuseppe Grossi. Sul foglio, accanto all'indicazione «crediti verso Penati/Vimercati», sono riportati i conti fatti, a quanto pare, con una calcolatrice vecchio modello. Insomma, una storia un po' vintage, ma pur sempre corroborata da fatti che sembrerebbero già qualcosa più di indizi. Comunque, oltre al miliardo, Di Caterina risulterebbe aver versato sempre in una sola tranche 450 milioni di lire, poi 120 milioni, 100, 79 fino ad arrivare a uno o due milioni. Il tutto per un totale, come lui stesso ha messo a verbale il 26 giugno dell'anno scorso, di circa 2 miliardi e 235 milioni di lire. E qui l'intreccio prenderebbe un'altra piega. Infatti, la cifra sarebbe stata poi richiesta indietro da Di Caterina e restituita in parte anni dopo tramite una finta caparra immobiliare versata, secondo la ricostruzione degli inquirenti, da Bruno Binasco, amministratore del gruppo Gavio (anche lui sotto inchiesta), su richiesta dello stessa Penati. Di Caterina, in uno dei suoi tre verbali (due dell'estate scorsa, uno di qualche mese fa), nel descrivere il «sistema Sesto San Giovanni», ha anche sottolineato come, con Grossi e Giovanni Camozzi, uno dei legali di Zunino avesse messo a punto alcuni contratti di vendita degli immobili e quello di marketing territoriale studiato per versare, nel 2005, a Di Leva 1,5 milioni di euro, al fine di «creare delle provviste per provvedere al pagamento dei politici». E Filippo Penati come si difende? «Di Caterina la spara grossa - sostiene l'indagato - . Dopo aver nei giorni scorsi detto tutto e il contrario di tutto, parlando prima di 100 milioni di lire per poi cambiare versione e accennare a 20, 30 milioni, oggi per fare di nuovo notizia, è obbligato ad alzare il carico e spararla grossa, parlando di un miliardo in una sola volta. Su di me calunnie per coprire i guai dei miei accusatori».

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