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Io, onorevole con l'ansia da voto

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L'alba di domenica ha il colore del sorriso di Alberto, in braccio a mia moglie, che mi viene a svegliare. Il nipotino, dolcissimo e pestifero, apre gli occhi alle prime luci del giorno. Figlio dello spirito del tempo si lancia sull'iPad che giace sul letto accanto a me. Pretende di giocare con il programma di disegni che ho scaricato per lui e la sua sorellina, Sofia. Così mi ricorda che devo subito, prima del caffè, scorrere i giornali, rito consueto ma che nella giornata elettorale, almeno per me, parlamentare e giornalista, è quasi un obbligo inderogabile. Deluso Alberto ripiega su altri giochi mentre il sole poco alla volta inonda lo studio dove mi sono rifugiato, un po' pentito per non averlo assecondato. Pensieri di speranza si mescolano a sottili agguati di sfiducia che fanno breccia nella mente assediata dai titoli. Comunque vada non sarà la fine del mondo, mi ripeto ipocritamente mentre moglie e nipoti mi reclamano per la colazione. Lo stomaco è chiuso. Chissà se si sentono meglio davanti al bricco del tè, del latte o del caffè, Pisapia e Moratti, Morcone e Lettieri, Fassino e Coppola. Addento qualcosa più per abitudine che per fame. La conversazione però non decolla. È ancora presto per incominciare il solito giro di telefonate. Me ne arriva una, inaspettata, dal mio paesello nel Beneventano dove si fronteggiano due liste civiche. L'interlocutore chiede come andrà a finire, non nel borgo natio ovviamente, ma a livello nazionale. Lo spiazzo dicendogli che ne so meno di lui. Forse un deputato dovrebbe sempre mentire in occasioni del genere, ma non me la sento. Avverto il peso dell'incertezza ed i fantasmi si affollano. Finisco di leggere il fondo di Mario Sechi e non mi rassicura per niente quel suo realistico finale "aperto": Berlusconi può perdere una battaglia, ma vincere la guerra a seconda dell'esito della competizione milanese. Alzo la testa e - quando si dice il caso - l'occhio s'imbatte in un titolo a me caro: La nobiltà della sconfitta di Ivan Morris. A parte che non ci sarebbe niente di nobile nel perdere una sfida elettorale, mi pare che lasciare le città alla sinistra più irresponsabile d'Europa significherebbe condannarle alla marginalità. Penso a Napoli, che tanto amo, e chissà perché mi viene in mente Leopardi le cui ultime parole, fissando il cielo che imbruniva, furono: «La luce, fatemi vedere la luce». Già, ci manca solo che a Napoli rubino anche quella. Meglio uscire. La mattinata è bella, però i meteorologi avvertono che nel pomeriggio la giornata si guasterà. Non posso rinunciare alla terapeutica passeggiata. Curiosamente neppure il profumo dei tigli e dei ciclamini allevia l'ansia che con il passare delle ore invece aumenta. Mi sembra di vivere una domenica surreale, ma sono io a vederla così non riuscendo ad evadere dal mio guscio politico-giornalistico e lascio perciò soggiogare dalla sensazione che le amministrative possano andare male. Tornando a casa è d'obbligo la sosta all'edicola per quanto mi sia già fatto un'idea tra rassegne-stampa televisive, siti internet e quotidiani letti sul tablet. All'odore della carta inchiostrata, tuttavia, non so proprio rinunciare. Sfoglio avidamente la mazzetta e mi accorgo che il mio universo odierno è piuttosto limitato. Ma quali elezioni, quali ripercussioni sul governo se si passa al primo turno o si va al ballottaggio a Milano e a Napoli, quale apocalittico scenario o radioso avvenire si aprirà a seconda del risultato che uscirà dalle urne? È un gioco a fronte delle guerre nel Mediterraneo, della fatwa lanciata da un imam contro l'Italia, delle stragi pakistane... Già, ognuno commisura la realtà a quello che è il proprio orizzonte. Se avessimo un sistema politico solido, una parziale tornata amministrativa non provocherebbe le fibrillazioni che da settimane stiamo vivendo. E nessun premier avrebbe «paura del governo tecnico», come titola il giornale degli ottimati. Ecco che cosa mi opprime nel pomeriggio fattosi plumbeo e spazzato da un vento fastidioso che non promette niente di buono (climaticamente, s'intende). Perciò anche il pasto leggero mi è rimasto sullo stomaco. Metto su un disco di Ryuichi Sakamoto, straordinario pianista giapponese, e cerco di addolcire le ore. Provo anche a riordinare le pile di libri che non hanno più ricovero. E mi dibatto tra le carte che dovrebbero essere l'ossatura di un libro che sto scrivendo. Niente, il chiodo rimane fisso. Un'ossessione che neppure la rilettura delle impressioni fermate su un taccuino del mio recente soggiorno a Berlino, dirada. Telefona qualcuno. Nessuno si azzarda in pronostici. Il direttore del Tempo mi invita a scrivere il pezzo che state leggendo. E finalmente si fa sera. Sakamoto mi tiene ancora compagnia quando agguanto i Quaderni di E.M.Cioran e un po' mi placo. Quindi esulto. Alla pagina 615 (edizione Adelphi) leggo: «Vivo nell'ansia come altri vivono nel futuro, nel passato o nel presente. L'ansia è alla base di tutte le mie esperienze; non è qualcosa che fa parte della mia definizione, è la mia definizione stessa». Mi sento meno solo. E non soltanto perché ho trovato una ragione alla mia inquietudine. Ma per il semplice motivo che sono così riguardo ad ogni cosa. Mia moglie mi chiede se ceniamo in casa. E dove altro, allora? Tra poco c'è Napoli-Inter. Ditemi se un supplemento d'ansia non è più che giustificato.

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