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La strana coppia che rottama il Pd

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Il direttore del Riformista, Emanuele Macaluso, con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

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Pier Luigi Bersani, il simpatico sosia emiliano di Lenin che guida pro tempore il maggiore partito d'opposizione, erede del Pci e della sinistra democristiana che gli aveva fatto spesso da spalla prima della dissoluzione dello scudo crociato, ha un bel dire o avvertire che lui "c'è" come "candidato premier del centrosinistra" alle elezioni politiche del 2013, salvo anticipo naturalmente. Ha un bel dire o avvertire, come ha fatto nell'intervista dell'altra sera a Porta a Porta, che sente di esserci "da statuto e anche personalmente". Da statuto perché le regole che si è dato il suo partito, a dispetto di tutti i salamelecchi alle primarie, assegnano al segretario il ruolo di concorrente alla guida del governo. E sul piano personale perché, a 60 anni non ancora compiuti, e con l'esperienza di ministro che ha alle spalle dopo quella di amministratore regionale, egli si sente all'altezza: non meno dei suoi predecessori di parte a Palazzo Chigi. Che sono stati due volte ciascuno Romano Prodi e Massimo D'Alema, e una volta Giuliano Amato, quello del 2000, non quello mandato nel 1992 da Bettino Craxi. Non si è ancora accorto, povero Bersani, o forse se n'è accorto ma ha deciso di soffrirne eroicamente in silenzio, che fra i compagni c'è chi coltiva contro di lui, sussurrandone tra le pieghe di qualche convegno o incontro conviviale, un disegno da fantascienza alla rovescia: un salto non nel nuovo ma nel passato. Incoraggiati dalla popolarità di cui Giorgio Napolitano gode nei sondaggi, dal vigore con il quale svolge il suo ruolo al Quirinale e dall'entusiasmo con il quale indica la strada del riformismo agli ex compagni di partito e, più in generale, ad una sinistra ancora troppo poco credibile, concreta e gradualistica, o troppo astratta e velleitaria, per essere una vera alternativa di governo, tanto per rimanere al suo recentissimo intervento ad un convegno di studio sul compianto amico Antonio Giolitti; incoraggiati, dicevo, da tutto questo, molti estimatori del capo dello Stato gli vorrebbero affidare il compito di rifondare il Pd dopo la felice conclusione del mandato presidenziale, fra due anni. Del Pd, o di come altro si potrà o dovrà chiamare un nuovo partito della sinistra, questa volta riformista davvero, specie se il Pd tirerà le cuoia per un clamoroso insuccesso elettorale. Sulle condizioni di salute dell'attuale maggiore partito d'opposizione un compagno di Napolitano di vecchia data e perdurante frequentazione come l'ex senatore comunista ed ex direttore dell'Unità Emanuele Macaluso, fresco ora di nomina alla direzione di una testata che parla da sola, il Riformista, scrive e discute un giorno sì e l'altro pure. E lo fa, va detto, con lucidità spietata: quella purtroppo mancata sia a lui sia a Napolitano nel 1956, dopo la sanguinosa repressione sovietica della rivoluzione ungherese, quando l'uno e l'altro rimasero nel Pci e Antonio Giolitti invece ne uscì. Il buon Macaluso ha avvertito e denunciato i limiti del Pd, pur continuando a votarlo, ben prima che si decidesse ad avvertirli quel campione di supponenza politica che rimane Massimo D'Alema definendo la fusione tra i resti del Pci e della sinistra democristiana, più cespugli di altra provenienza, "un amalgama mal riuscito". Cioè un fallimento, provato del resto dai parlamentari che il Pd si è perso per strada nei primi tre anni di questa legislatura, in una emorragia che potrebbe aggravarsi nelle prossime settimane o mesi, specie se i risultati delle elezioni amministrative dovessero essere deludenti e Bersani dovesse ostinarsi a inseguire come alleati sia il sempre più esigente e baldanzoso Vendola sia il sempre più renitente Pier Ferdinando Casini. I cui continui rifiuti, motivati anche dalla perdurante corte a Vendola e compagni, hanno indotto qualche giorno fa Francesco Piccolo sull'Unità a chiedere impietosamente al segretario del suo partito: "Ma anche solo per orgoglio, perché non smetterla?". Già da qualche tempo, ma ancora di più da quando ha assunto la direzione del Riformista, molti leggono Macaluso e pensano a Napolitano immaginandoli alla guida pratica, morale, ideale, chiamatela come volete, del finalmente nuovo partito della sinistra riformista italiana: quello che i comunisti o già post-comunisti, dopo il crollo del Muro di Berlino, avrebbero potuto disegnare e costruire con Craxi solo se non avessero avuto paura del segretario socialista o, peggio ancora, non lo avessero odiato a tal punto da preferirlo in galera. E ci sarebbero riusciti se lui, capita l'antifona, non avesse preferito l'esilio e la morte in Tunisia all'umiliazione di una prigione in Italia dopo processi molto, ma molto particolari. Che furono condotti, sul piano mediatico e giudiziario, con "una durezza senza uguali" onestamente riconosciuta da Napolitano in una ricorrenza della morte. Lo stesso Napolitano, del resto, proprio in occasione del già citato e recentissimo intervento alla celebrazione di Antonio Giolitti, ha attribuito alla troppo ingombrante presenza di Craxi sulla scena politica italiana i ritardi del Pci sulla strada della socialdemocrazia negli anni Settanta e Ottanta. Fa una certa impressione, anche ad uno certamente non giovane come me, immaginare un partito di sinistra finalmente e veramente riformista fondato, o rifondato, nel 2013 da un leader che avrà allora 88 anni, per quanto augurabilmente ben portati come gli 86 che compirà il prossimo 29 giugno. Auguri anticipati, presidente. E in qualche modo affiancato da Macaluso, che ne avrà 89, anch'essi augurabilmente ben portati, sotto tutti i punti di vista, come gli attuali 87, compiuti il 21 marzo scorso. Auguri posticipati, direttore. Insieme essi hanno già più dei 150 anni dell'unità d'Italia che stiamo festeggiando. Che Dio li salvi dalla "rottamazione" degli attuali dirigenti del Pd allegramente perseguita dal sindaco di Firenze Matteo Renzi, e da chi nel partito gli fa più o meno l'occhiolino: fra gli altri, Walter Veltroni, Massimo Cacciari, Sergio Chiamparino.

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