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L'eterna gogna dei giustizialisti

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Ai crociati del giustizialismo in salsa etica occorre riconoscere un grande afflato religioso. Essi infatti non sono soltanto uomini di azione e di pensiero. Sono anche, anzi soprattutto, uomini di fede. E poiché amano dirsi di gusti rigorosamente laici, quale potrà mai essere il vero oggetto della loro fede se non l'Uomo? Naturalmente non quella miserabile creatura che è l'uomo così com'è, bensì quell'essere meraviglioso che è l'Uomo che hanno in testa loro. E che presumibilmente si propongono di riforgiare a loro immagine e somiglianza. Il mito dell'Uomo Nuovo, del resto, è da sempre, com'è noto, il grande progetto di tutti i sognatori di paradisi in terra. Non è perciò affatto strano che proprio questo sogno animi oggi una squadra di profetici umanisti del rango di Carlo De Benedetti, Guido Rossi, Claudio Magris, Giovanni Sartori, Barbara Spinelli, Roberto Saviano e, ça va sans dire, Umberto Eco. Quest'ultimo, fra l'altro, data la vastità del suo sapere, potrebbe anche procedere, da solo, alla rifondazione non solo dell'Uomo ma di qualsiasi altra cosa, compreso se stesso. Cosa che gli auguriamo di riuscire a fare al più presto. Purché nel corso di questa impresa non ceda alla tentazione di impegnarsi anche nel còmpito DI rifondare, insieme all'Uomo, il suo diritto alla ricerca della felicità. Si dà infatti il caso che su questo tema abbia già da un pezzo detto tutto uno dei suoi più illustri compagni di crociata, il professor Gustavo Zagrebelsky, che non molto tempo fa, impastando genialmente i concetti di «felicità» e di «giustizia», riuscì a cavarne fuori quelli di «felicità giusta» e «felicità ingiusta». Il succinto trattatello in cui questo insigne giurista ha versato il succo delle sue riflessioni sul rapporto fra le due suddette forme di «felicità» è un testo di quasi abbagliante spessore speculativo. Invano tuttavia vi si cercherà una definizione comprensibile di esse. Se ne può inferire, tuttavia, che mai finora egli è stato sfiorato dall'idea che la felicità, essendo, come sanno anche i piccini, inseparabile da una costellazione di elementi – mistero, caso, inatteso, meraviglia, inesplicabile – che sono manifestamente ingovernabili, non può essere mai né giusta né ingiusta, ragion per cui l'idea di appiccicarle l'uno o l'altro di questi aggettivi può venire in testa soltanto a un genio bramoso di legiferare anche sull'impalpabile e l'imponderabile. Questo mirabile testo incoraggia comunque tuttavia almeno due supposizioni.   La prima è ovviamente il sospetto che per Zagrebelscki, e per tutti i suoi confratelli di fede, la felicità da lui definita «ingiusta» sia quella che essi attribuiscono al Cavaliere. La seconda è il timore che a rendere felici tutti questi nobili spiriti, data la loro insaziabile brama di gogne e vergogne altrui, non basterebbe neanche lo spettacolo di tutto un popolo, o magari dell'intera specie umana, in balia di un'eterna, continua, incessante vergogna. Al professor Zagrebelski farà comunque piacere sapere che le sue nobili idee sull'argomento, molto prima che lui le scodellasse, trovarono un conciso elogio in tre piccoli aforismi infilati da Neitzsche alla fine del terzo libro della Gaia Scienza: 1) «Chi chiami cattivo? Chi mira soltanto a creare vergogna». 2. «Che cos'è per te la cosa più umana? Risparmiare vergogna a qualcuno». 3. «Che cos'è il sigillo della raggiunta libertà? Non provare più vergogna davanti a se stessi».  

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