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Per sconfiggere l'evasione bisogna abbassare le imposte

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Ilmeglio della tradizione giuridica occidentale - la presunzione d'innocenza, appunto - evapora così sull'altare della ragion di Stato. Il fine giustifica i mezzi? I sostenitori della linea dura, da Giulio Tremonti e Vincenzo Visco, dicono di sì. Alcuni frettolosi hanno arruolato anche il governatore di Bankitalia, Mario Draghi, che nelle sue considerazioni finali ha parlato di «macelleria sociale». Draghi, però, ha misurato le parole. Ha denunciato le distorsioni del sommerso, quasi un quinto del Pil italiano. Ma poi ha aggiunto: «La riduzione dell'evasione deve essere una leva di sviluppo, deve consentire quella delle aliquote; il nesso fra le due azioni va reso visibile ai contribuenti». Cioè, per Draghi, la lotta all'evasione non può essere una variabile indipendente, il cui unico scopo sia alimentare una spesa pubblica sempre più vorace e sempre meno efficiente. Gli zeloti dello Stato di polizia dovrebbero semmai cercare di capire - che è cosa diversa dal giustificare - le ragioni che stanno a monte dell'evasione. Per molti, evadere è questione di sopravvivenza. Scovandoli, non si aumenterebbero le entrate fiscali: si ucciderebbero dei contribuenti. Il Paese sarebbe più povero, l'erario non sarebbe più ricco. Questo è conseguenza di un fisco troppo esigente. Nei ventisette Stati membri dell'Unione europea, solo otto hanno un'aliquota massima sul reddito personale uguale o maggiore della nostra (45 per cento contro una media Ue del 37,8 per cento), e solo tre hanno un'aliquota massima sul reddito d'impresa uguale o maggiore della nostra (33 per cento per i settori a cui si applica la Robin Tax, contro una media Ue del 23,5 per cento). Non stupisce che, nel 2007, il fisco abbia assorbito il 43,3 per cento del reddito prodotto nel nostro Paese, contro una media del 39,8 per cento: solo Belgio e Danimarca avevano valori superiori. Se l'altissima pressione fiscale fornisce il movente agli evasori, l'opportunità viene dalla complessità del sistema tributario. Le norme sono confuse e opache. Il rapporto annuale della Banca mondiale Doing Business è impietoso: nel 2010 siamo il centotrentaseiesimo Paese al mondo per facilità di pagare le tasse (su 183), cinque posizioni in meno del 2009. Le nostre imprese impiegano mediamente 334 ore all'anno per pagare le tasse contro una media Ocse di 194,1; e pagano un'aliquota reale sui profitti del 68,4 per cento contro una media Ocse del 44,5 per cento. Pagano di più e faticano (cioè spendono) di più per pagare. La complessità è, al tempo stesso, una tassa occulta e un viatico per l'evasione. Il problema non sta nel comportamento dei contribuenti, ma nella natura del sistema. Non dobbiamo combattere l'evasione per ridurre le tasse. Dobbiamo abbassare e semplificare le tasse per sconfiggere l'evasione. Carlo Stagnaro

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