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Una legge che si può migliorare

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Quel che l'opinione pubblica si attendeva dalla legge sulle intercettazioni telefoniche, per ora approvata dal Senato, è che venissero tutelati, bilanciandoli, i due valori costituzionalmente rilevanti per l'individuo e la società: la libertà di informazione e il diritto alla privacy. L'intervento del legislatore si era reso necessario per gli abusi fin qui commessi dai diversi protagonisti delle intercettazioni telefoniche che in Italia - non bisogna dimenticarlo - sono state usate in quantità maggiore di tutti gli altri paesi occidentali. Gli inquirenti, nell'intercettare, hanno spesso usato la tecnica delle reti a strascico per cui si sparano mille colpi in maniera tale che alla fine qualcosa resta. Ed anche i giornalisti non sono stati esenti da abusi allorché hanno riempito intere paginate con supposti scandali che hanno finito per annichilire il cittadino indifeso. E' perciò che alcune norme della legge passata in Senato sono benvenute: l'obbligo per il giudice incaricato di un provvedimento di astenersi dal rilasciare pubbliche dichiarazioni, e lo stop alla pubblicazione di nomi e immagini di magistrati relativamente ai procedimenti loro affidati, salvo che l'immagine non sia indispensabile al diritto di cronaca. Ciò detto, però, si deve osservare che alcune sezioni della legge fuoriescono dalla legittime limitazioni, come sembra sia stato fatto osservare dal presidente Repubblica al ministro della giustizia. Con la vaga formula degli «evidenti indizi di colpevolezza», necessaria per l'autorizzazione alle intercettazioni, si sono colpite sia le possibilità investigative da parte degli inquirenti, sia il diritto costituzionale all'informazione che riguarda non tanto i giornalisti, quanto i cittadini nelle loro possibilità di conoscere fatti rilevanti. Potrà anche accadere che nell'interpretazione della ambigua formula vi siano tanti pareri discordi, quindi discrezionali, quanti sono i pubblici ministeri che dovranno prendere le decisioni sulle intercettazioni. Sul fronte della stampa convincono ancor meno le pene per i giornalisti e gli editori dei giornali.   Per i cronisti che pubblicano intercettazioni sia integrali sia per riassunto fino al processo in aula, o rendono pubbliche le intercettazioni di cui è stata ordinata la distruzione, è prevista una severa pena carceraria che ha un sapore intimidatorio. Ancor più inquietante appaiono le ammende pecuniarie per chi omette di «esercitare il controllo necessario a impedire la indebita cognizione o pubblicazione delle intercettazioni», una misura che potrebbe essere usata dagli editori per interferire nel lavoro giornalistico. Si era partiti con il piede giusto per ricondurre i magistrati nel recinto rigoroso e silenzioso, ma si è arrivati a una normativa che in alcune parti è improntata a uno stile che rischia di divenire autoritario. C'è quindi da augurarsi che il governo e la maggioranza rivedano quelle parti del provvedimento che sono al limite dei binari costituzionali in maniera tale che tutte le parti in causa - gli inquirenti, i giornalisti e soprattutto i cittadini - siano garantite nei rispettivi diritti. Massimo Teodori

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