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L'assist di Schifani a Fini «Antifascismo? Ha ragione»

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Così il presidente del Senato Renato Schifani ha commentato le parole di Fini mettendo un punto alla discussione sul fascismo che è rimbalzato anche alla Scuola di formazione del Pdl a Gubbio. Dunque la seconda carica dello Stato interviene nel dibattito mettendo un punto fermo. E lo fa proprio lui che era seduto tra il ministro della Difesa Ignazio La Russa e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alle celebrazioni dell'8 settembre che provocarono lo socntro tra i due. In un discorso a tutto campo, Schifani ha rilanciato la necessità del dialogo tra i due schieramenti politici per le riforme a cominciare da quella della giustizia, ha insistito sul ruolo centrale del federalismo e si è scagliato contro quelle forme di «dileggio personale e di turpiloquio» che spesso irrompono nella politica. Schifani dal palco di Gubbio ha indicato quella che deve essere l'architrave del Pdl come moderno grande partito, ovvero «il primato della democrazia e il rifiuto di qualunque forma di totalitarismo, sia del passato che del futuro». Poi, rivolto in particolare al centrosinistra, il richiamo al dialogo sulle riforme a cominciare dalla giustizia. «Ogni netta chiusura al confronto e a qualunque proposta di modifica del sistema - è il monito di Schifani - non contribuisce alla modernizzazione del Paese». E in particolare «la resistenza aprioristica a ogni proposta di cambiamento del sistema giudiziario costituisce un punto d'arresto nella fase di aggiornamento delle regole». Chi alza un muro al dialogo viene meno anche al mandato degli elettori che hanno chiesto «di trasformare e ammodernare il Paese». «Le riforme - ha detto la seconda carica dello Stato - sono la risposta che i cittadini si attendono. Una preziosa occasione per ridare fiducia nella politica a quei tanti che mostrano di averla persa». Va pertanto avviata «una stagione di riforme autorevoli, ambiziose e condivise fin dove possibile». Dal risultato elettorale è venuto anche «un monito nei confronti di una politica fatta di risse, trasformismi e frammentazioni». Non solo. Schifani è entrato nel merito dell'antipolitica che «a volte viene alimentata dall'inefficienza delle istituzioni ma anche dai comportamenti di politici che anzichè rifarsi a principi di sobrietà e rigore, coniugano lo sfarzo e il privilegio come loro normale e quasi dovuto parametro di vita». A questo si aggiunge che talvolta «il linguaggio della politica scade nel dileggio personale, nel turpiloquio e nella denigrazione dei massimi vertici istituzionali e religiosi». Schifani quindi richiama la politica al rispetto «delle idee altrui e delle etiche comportamentali nel momento del confronto». Il rischio è di «aggravare l'apatia politica dei cittadini e di demolire l'immagine dell'Italia nel mondo». Schifani indica nella giustizia e nel federalismo le due principali riforme da attuare. Insiste sulla necessità di accelerare i tempi dei processi («non è più tollerabile che il sistema italiano si muova più lentamente di altri Paesi») e dell'«assoluta indipendenza dei magistrati dalla politica». Quanto al federalismo i pilastri sono «l'autonomia finanziaria e legislativa insieme alla solidarietà». Il presidente quindi rassicura quanti temono che il federalismo sia un fattore di divisione del Paese. Serve invece «a mantenere l'unità di una società che è fortemente diversificata anche sul piano territoriale e a rafforzare la competitività del Paese».

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