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Gerusalemme piange i suoi giovani Onu: condanna bloccata dalla Libia

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Nel giorno dei funerali Gerusalemme, super blindata, è sotto shock, sconvolta dall'attentato palestinese che non ha colpito solo uno Stato, ma ha centrato con un dardo rovente i nervi scoperti di quella parte della comunità israeliana che si nutre da decenni di nazionalismo e di fede. L'orrore per la strage alla scuola talmudica a Gerusalemme Ovest non si è tradotto in una condanna dell'Onu: il Consiglio di Sicurezza riunito ieri notte in sessione di emergenza al Palazzo di Vetro non è riuscito a trovare parole comuni per esprimere l'indignazione internazionale davanti ai cadaveri degli otto studenti del collegio rabbinico. La Libia ha posto il veto alla condanna per l'attentato. L'ambasciatore libico voleva infatti inserire eguale condanna per le incursioni israeliane nella Striscia di Gaza. Il massacro compiuto a colpi di mitragliatore fra i libri sacri del seminario ebraico ha reso furenti rabbini, coloni, ortodossi e sionisti dal cui giudizio dipende da sempre l'esito di qualunque accordo di pace. Perchè è lì, fra le mura di quel collegio, che come ha ricordato il rabbino Eitan Eisman durante le esequie, «si sono educate intere generazioni alla fede, ed è iniziata quella grande rivoluzione spirituale» del sionismo religioso nazionalista che ha dato sostegno e ragioni alla inestirpabile ragnatela delle colonie. Fra le migliaia di israeliani che hanno rivolto l'ultimo saluto agli otto seminaristi (solo in tre avevano più di 18 anni, due ne avevano appena 15), non c'era nessun esponente del governo: assente, primo fra tutti, il premier Ehud Olmert che ha voluto prudentemente sottrarsi ad una inevitabile contestazione. Radunata per piangere i propri morti, c'era quella parte di Israele che non vuole cedere al compromesso, che nega legittimità al negoziato. «I negoziati proseguiranno, perchè il terrorismo non può penalizzare quella parte moderata del popolo palestinese che non sceglie la violenza» hanno detto i portavoce del governo. Ma è un governo che oggi sembra ancora più debole. Una secca condanna all'attentato è giunta anche dal presidente palestinese Abu Mazen che ha respinto con sdegno «questa violenza che colpisce i civili, siano essi ebrei o palestinesi». Ma anche la sua voce, al pari della voce di Olmert, oggi sembra fare poco rumore.

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