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Fiducia lampo ma senza la Cdl

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I senatori hanno suggellato una sorta di patto bipartisan, con la promessa reciproca di tagliare gli interventi in barba ai principi che solo la settimana scorsa avevano scatenato il caos a Palazzo Madama. Già da lunedì in realtà tirava aria di ritirata, nonostante ci fosse la chiara volontà di non far slittare ancora una volta la fiducia al maxiemendamento che sancisce la riorganizzazione dei dicasteri. La speranza era che la passione del pallone potesse unire al di là dei colori politici, facendo sì che l'opposizione non si mettesse di mezzo. E così è stato. Insomma, tutti a casa per le 21.00, nonostante il pomeriggio fosse cominciato con un piccolo brivido. Il presidente del Senato Franco Marini infatti non ha fatto in tempo a dare inizio ai lavori dell'Aula, poco dopo le tre del pomeriggio, che a causa della mancanza del numero legale ha dovuto sospenderli per venti minuti. Troppe le audizioni in corso, troppi i parlamentari coinvolti. È bastata una richiesta di verifica del numero legale per mettere a fuoco che occorreva correre ai ripari. Superato lo scoglio Commissioni, non è restato che procedere a tutta birra verso il voto. Una mano è arrivata dalla capigruppo, dove i senatori si sono impegnati a dimezzare i tempi degli interventi dei propri parlamentari. Le posizioni sono restate quelle di sempre, con l'Unione che ha incassato la seconda fiducia nel giro di pochi giorni e con lo stesso numero di voti favorevoli (160 su 161 votanti), questa volta anche grazie ai sì di tre senatori a vita (Emilio Colombo, Francesco Cossiga e Rita Levi Montalcini). La Cdl compatta ha invece bocciato il provvedimento, accusando il centrosinistra di voler solo «spartirsi le poltrone». E anche questa volta ha scelto, al momento del voto, di disertare l'urna.

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