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«La Cia non ci vuole più in Iraq»

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È quanto afferma Luigi Malabarba, senatore di Rifondazione comunista. «E tra i gruppi insorgenti più significativi figurerebbero anche quelli con cui italiani, francesi e tedeschi hanno trattato per il rilascio degli ostaggi. Il Pentagono a suo tempo - ricorda Malabarba - si ricorderà, accusò in particolare l'Italia di foraggiare per questa via il terrorismo sunnita. Oggi la Cia chiede una diretta collaborazione proprio per quel canale di contatto aperto dalla squadra di Nicola Calipari con l'odiata guerriglia; e lo chiede a chi quei negoziati li condusse in prima persona, guardando di buon occhio un'eventuale espansione della presenza in teatro dell'intelligence del nostro paese. Di quella militare, asserragliata dentro Camp Mittica, non gliene importa invece granchè, proprio perchè inutilizzabile sul fronte e anch'essa percepita come forza di occupazione dalla popolazione... Due sono le conseguenze immediate, se le tesi americane sono fondate: ritirare le truppe è l'unica cosa seria da fare e in fretta: un ritiro graduale che superasse i 60 giorni necessari per il trasporto degli apparati sarebbe un suicidio; una presenza civile di poche decine di tecnici sarebbe impensabile senza una scorta simile a quella attuale. A meno di ridurla alla tutela degli affari petroliferi dell'Eni (la megaraffineria a Nassiriya), per cui, come dicono tutti i militari, bastano 800-1000 uomini».

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