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Il sogno di Follini Cacciare Silvio

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Di Follini e di futuro. E di sillaba: «ni» come Casini, premier. È l'f-day, il Follini day, e fa niente che ieri mattina, domenica, per ascoltare il «one man show» dell'ex segretario, il cattolicissimo popolo dell'Udc salta il (demo)cristiano dovere di andare a messa. Comportamento sconveniente in questi giorni di Ruini-esternazioni, ma tanto si può sempre recuperare nel pomeriggio. Follini lo fa subito: «La Chiesa ha rappresentato in molti momenti la coscienza critica che ha aiutato a trovare la bussola. In anni di declino ci ha ammonito». E rassicura: «È nella natura del cattolicesimo riconoscere la laicità. I tycon in Italia non possono attecchire, fanno a pugni con la nostra tradizione cattolica». E alla sala Umberto in via della Mercede a Roma ci si va con l'abito buono della festa (sul pullover vince il rigoroso gessato), magari accompagnati da figli, fidanzate, mogli. E un paio di lattanti con tanto di «ciucciotto», come dire: è meglio capire da subito che aria tira e presidiare il futuro che li attende. L'f-day segna lo sbarco delle truppe folliniane sullo scenario di centro per liberarlo da chi in questi tempi lo sta invadendo, da sinistra e da destra. Sono 45 giorni da quando Follini è un ex, nel senso che non è più segretario dell'Udc. E la serenità con la quale si presenta sul palco per essere intervistato dalla giornalista Rula Jebreal è evidente: in fondo è più loquace adesso di quando era al vertice del partito. Sette mesi dopo essersi dimesso dalla carica di vicepremier: «Non volevo metterlo a disagio», scherza ironicamente. Diciamolo, a Follini il Cavaliere non sta proprio simpatico però non è «un'avversione personale». Salvo poi lanciarlo assieme a Prodi giù dalla torre. «Anzi - dice - mi butto io». Al premier però riconosce «il merito di aver riempito un vuoto e di aver governato il Paese in un momento difficile». Per poi ammonire: «Attenti, perché parlar male di Berlusconi rischia di diventare un alibi, la virtù non consiste nel parlare male di lui». Tanto per restare sulla sillaba «ni», sottolinea che «Casini è un valore e una risorsa» e si dice «pronto ad alzare la mano in segno di vittoria come Churchill qualora l'attuale presidente della Camera dovesse governare l'Italia» anche se ha ammesso che nel recente passato hanno avuto «idee diverse». AL partito, invece, rimprovera di non essersi difeso dalle accuse di Berlusconi: «Quella era un'aggressione all'Udc, non nei miei confronti, mi rammarico che il partito non si sia difeso». A Cesa, attuale segretario, rinnova la stima che sa di antica amicizia e promette collaborazione perché sa quanto sia difficile fare il segretario in via Due Macelli. Sul futuro, il refrain è sempre lo stesso: «La situazione economica è più vicina all'analisi dell'Economist (che nei giorni scorsi bocciò i nostri conti ndr), lo stato politico, invece, è nel quadrante della preoccupazione». Invita leader, premier e aspiranti tali ad avere «la consapevolezza che stiamo attraversando un periodo difficile e che la strada è in salita». «La politica - spiega Follini - deve saper parlare il linguaggio della verità: servono sacrifici da parte di tutti». Ma ce la possiamo fare perché «l'Italia è un Paese straordinario e per affossarlo ci vuole un talento più che straordinario». Quindi «le riforme vanno fatte». Ma è soprattutto una questione di leader. Prodi e Berlusconi sono vecchi? «Mi auguro - risponde - che facciano una campagna elettorale scoppiettante, ma ho i miei dubbi. Siamo l'unico Stato in Europa dove in dieci anni i candidati non sono mai cambiati». Ma il ricambio generazionale, tipo Fini-Veltroni per intenderci, «non è così imminente come vorrei». A proposito di aspiranti giovani leader comunque non giudica la candidatura dell'altra parte, da questa parte sarebbe, invece d'accordo sull'ultima sillaba, «la farei finire in "ini" e non parlo di me». Di Casini sì, ma anche di Baccini a candidato sindaco di Roma. Comunque, l'importante è darsi una mossa perché tra dieci an

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