Ranucci, se Saviano studia le carte sulla bomba ma poi dimentica di chiedere scusa
C'è un merito che va riconosciuto a Roberto Saviano. Mentre gli ultras di Sigfrido Ranucci continuano a inseguire teorie sempre più ardite, fino alla suggestiva ricerca del "mandante del mandante", Saviano ha fatto un abile dietrofront: ha studiato, ha letto, ha analizzato la montagna di prove raccolte dai carabinieri. E si è accorto che non vi sono buchi, né dubbi. Se non quelli che riguardano proprio Ranucci, come lui stesso evidenzia. Nel suo podcast a puntate sull'attentato contro l'ex conduttore di "Report", ricostruisce analiticamente gli elementi raccolti dagli investigatori, senza cercare complotti dietro il complotto e senza modellare le risultanze investigative ad una tesi precostituita. Molto efficace il richiamo alla ricostruzione cronologica fatta dal GIP ed il passaggio dedicato al 15 settembre 2025: Saviano ripercorre la presenza di Valter Lavitola e Gomes Tavares nei pressi dell'abitazione di Ranucci, la localizzazione dei telefoni, il tempo trascorso nella zona, l'assenza del giornalista e di contatti con lui. Era il sopralluogo preparatorio. Ma su questo episodio Saviano ricorda anche ciò che accade molti mesi dopo, quando Lavitola viene perquisito e Ranucci apprende che l'amico è finito nei guai. È uno dei passaggi più singolari dell'intera vicenda. "Ranucci cerca insieme a Lavitola una spiegazione, un'alternativa per quella presenza davanti a casa sua". Saviano non edulcora la scena: afferma che Ranucci "si arrampica sugli specchi per aiutare l'amico, che crede innocente". E quando viene prospettata la possibile spiegazione del "ponte interrotto", la sua sintesi è ancora più efficace: "quindi gli dà l'alibi". O almeno ci prova. Non sostiene che Ranucci sapesse cosa fosse realmente accaduto. Ma, aderente ai fatti, ricorda anche il no comment dell'avvocato di Lavitola, alle domande dei giornalisti sul punto.
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Certo Saviano interpreta quel comportamento come il tentativo di aiutare un amico, abile manipolatore, in grado di fargli sognare un'ascesa politica "Berlusconi ti avrebbe fatto Vicepresidente, anzi ti avrebbe lasciato il suo posto!". Ricordando le parole di Lavitola a Ranucci. Ma il dato rimane: la vittima dell'attentato che cerca una spiegazione sostenibile sugli indizi raccolti dagli investigatori a carico sul suo attentatore. Ma che novità è? Sono, nella sostanza, gli stessi fatti raccontati subito da Il Tempo, quel giornale fatto da giornalisti "brutti e cattivi" per alcuni, solo perché hanno osato leggere e capire le carte. Per questo a Saviano, illuminato sulla via di Damasco, va riconosciuto ciò che i tanti integerrimi Sigfrido boys non hanno fatto e non faranno mai: davanti alle evidenze non ha voltato lo sguardo. Non ha avuto bisogno di inventare un livello superiore della cospirazione per salvare la narrazione precedente. Ha semplicemente detto ciò che emerge dall'inchiesta, compresi gli elementi più scomodi.
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Un'encomiabile aderenza ai fatti, ma con un piccolo difetto di memoria che non gli consente di regolare i conti con il passato. Lo smarrimento del ricordo delle proprie parole. Perché basta riavvolgere il nastro fino al 17 ottobre 2025, all'indomani dell'attentato, quando per i carabinieri e la Procura intercettazioni, sopralluoghi, celle telefoniche e presunti mandanti erano ancora tutti da scoprire. Ma Saviano, invece, come molti altri esperti già "sapeva". Aveva già trovato la spiegazione: "Quello che è accaduto a Sigfrido Ranucci è partorito con una lunga gestazione di delegittimazione e isolamento". E aveva individuato persino l'ambiente nel quale cercarne cause e responsabilità: "Questo riguarda chiaramente questo governo di estrema destra". Aveva sentenziato. Come lasciarsi sfuggire l'occasione per sparare ancora una volta ad alzo zero sul governo di centro destra a cui Report aveva dedicato nel biennio 2024-2025 il 94% dei servizi politici? Oggi quella sicurezza appare quantomeno precipitosa. Perché sull'attentato esistono fatti, intercettazioni, localizzazioni telefoniche, sopralluoghi e riscontri. E Saviano, meglio tardi che mai, si ravvede e racconta quelli. Ma suvvia! Ancora uno sforzo di onestà intellettuale e di memoria per pronunciare una frase molto semplice che molti non sono in grado di pronunciare più: "Mi ero sbagliato. Mi scuso". E sarebbe stata probabilmente la parte migliore del suo podcast.
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