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La7, l'affondo di Mentana è clamoroso: è diventata la tele anti-Meloni. Poi fa una profezia

Foto: Lapresse

Ignazio Riccio
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Enrico Mentana non è tipo da girarci intorno. Dal palco della quindicesima edizione del Festival della Tv di Dogliani, intervistato dalla giornalista Mia Ceran, il direttore del telegiornale di La7 ha detto quello che in molti pensano ma in pochi osano affermare pubblicamente: la rete che lo ospita si è trasformata, negli anni, in un presidio televisivo sistematicamente critico nei confronti del governo in carica. Una scelta editoriale precisa, che ha pagato in termini di ascolti, ma che solleva interrogativi sulla pluralità dell'informazione. Il ragionamento di Mentana parte dai numeri. Nell'arco di un anno, i talk show serali di La7 avrebbero ospitato le principali figure dell'opposizione — Elly Schlein e Giuseppe Conte — circa un centinaio di volte ciascuna, mentre esponenti del centrodestra come Guido Crosetto sarebbero comparsi appena due volte. Un indicatore, secondo il giornalista, di come la rete abbia scelto di rivolgersi a un pubblico già orientato, piuttosto che cercare il confronto tra sensibilità diverse. "Un elettore di centrodestra non può guardare i programmi di La7 sentendosi a casa", ha dichiarato senza mezzi termini. E ancora: "Non vedo più trasmissioni in cui tutti gli ospiti si sentono a casa: qui uno si sente a casa, l'altro in trasferta; uno in poltrona e l'altro sui carboni ardenti."

 

 

Il problema, a suo avviso, non è solo di rappresentanza politica, ma di modello televisivo: si è passati da una dialettica in cui tutti gli interlocutori potevano sentirsi trattati alla pari a un format in cui il posizionamento è netto e dichiarato. La sintesi con cui il giornalista fotografa la situazione è lapidaria: La7 è diventata "la tele-anti Meloni", nonché una sorta di "nuova Rai 3", con la differenza che, rispetto al passato, non esistono più una Rai 1 e una Rai 2 capaci di bilanciare l'offerta complessiva. C'è un passaggio dell'intervista che ha colpito per la sua franchezza. Mentana ha sollevato uno scenario apparentemente paradossale: "Il rischio è che se dovesse vincere il centrosinistra, La7 diventi una tv di governo”. Un ragionamento che svela come l'identità della rete sia costruita in larga misura sull'opposizione all'attuale maggioranza, più che su un orientamento editoriale autonomo e stabile. Mentana ha riconosciuto i meriti dell'editore Urbano Cairo e del direttore di rete Andrea Salerno nel costruire un prodotto vincente sul mercato, ma non ha condiviso del tutto la lettura di Cairo, che aveva descritto la rete come più "addolcita" rispetto all'epoca di Michele Santoro e Gad Lerner: "È vero, quando Cairo è arrivato c'erano Lerner e Santoro, ma c'erano anche altre voci”. Oggi quella varietà si è assottigliata.

 

 

Il direttore ha poi tenuto a rivendicare con forza la propria autonomia alla guida del telegiornale: "Io non do pagelle: se Giorgia Meloni ha ragione su qualcosa, ce l'ha e basta”. Più in generale, Mentana ha identificato nella logica dei social network una delle cause principali dell'impoverimento del dibattito pubblico. La polarizzazione digitale starebbe contagiando anche il giornalismo televisivo, spingendolo verso derive pericolose: "Si asseconda lo spirito dei social network, una logica binaria terrificante: o è bianco o è nero, o hai torto o hai ragione, o sei un nemico o hai sempre ragione”. Una dinamica che rischia di trasformare il giornalismo "in una forma di tifoseria", incompatibile con la funzione informativa. A margine del dibattito sull'informazione politica, Mentana è tornato sul conflitto in Medio Oriente. La risposta militare israeliana all'attacco del 7 ottobre 2023 è stata, a suo giudizio, sproporzionata: "A Gaza ci sono stati massacri ingiustificabili di civili", ha affermato, aggiungendo che è "legittimo parlare di gravi violazioni del diritto internazionale e di possibili crimini di guerra". Continua tuttavia a esprimere riserve sull'utilizzo del termine "genocidio": "Si tratta di una categoria giuridica e storica molto specifica", ha precisato, e il dibattito pubblico tende troppo spesso a trasformare "la scelta delle parole in una prova di appartenenza politica o morale”.

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