L'intervista a Lord Lamont: “Europa e Gran Bretagna devono cooperare di più su difesa e politica estera. Ma la Brexit resti un pilastro”
«Serve più cooperazione tra UE e UK, però non bisogna fare passi indietro sulla Brexit». È questa la visione di Lord Norman Lamont, tra i più autorevoli esponenti del conservatorismo britannico, Cancelliere dello Scacchiere dal 1990 al 1993, figura chiave della politica fiscale ed economica thatcheriana e tra i prefiguratori della Brexit.
Lord Lamont, a dieci anni dal referendum sull’uscita britannica dall’Ue, qual è il suo giudizio sulla Brexit?
«L’opinione pubblica, in teoria, si è spostata contro la Brexit, ma ciò riguarda soprattutto i sondaggi. Se ci fosse un referendum per rientrare nell’Ue, credo infatti sarebbe difficile convincere i britannici ad un ritorno europeo. Riscoprirebbero le molte e valide ragioni dell’uscita. Certo il cambiamento dei flussi commerciali ha creato problemi, soprattutto alle piccole imprese. Ma non credo che la Brexit abbia avuto effetti negativi misurabili sull’economia britannica. La crescita del Pil, dal 2016 o dal 2019, è stata simile a quella delle principali economie europee. L’effetto vero si misurerà nel lunghissimo periodo».
Come valuta la politica europea di Starmer e l’ipotesi di un’unione doganale con l’Ue?
«Entrare in un’unione doganale sarebbe una mossa piuttosto sciocca. Non esiste alcun Paese, a parte la Turchia, che abbia con l’Europa una relazione limitata alla sola unione doganale. Non credo che il Labour lo farà. Laburisti e conservatori vogliono migliorare i rapporti con l’Europa, e questo è giustissimo, ma ciò non significa allineamento al dirigismo di Bruxelles o piena integrazione regolatoria. La Gran Bretagna fa parte dell’Europa e deve avere con l’Ue una relazione stretta, ma da Paese terzo. Pertanto mi auguro una forte e crescente cooperazione in politica estera e sulla difesa. Ma senza fare passi indietro sulla Brexit».
A più di trent’anni da Maastricht, quale futuro per l’Ue?
«Resterà ciò che è: né uno Stato federale compiuto, né semplice riunione di nazioni sovrane. Sarà sempre una via di mezzo, perché quando si arriva al punto decisivo i suoi Paesi, in particolare la Germania, non vogliono rinunciare né all'equilibrio attuale né alla propria sovranità. Assistiamo pertanto ad uno stallo permanente».
Anche a destra tornano protezionismo e statalismo. Quanto è importante difendere il libero scambio?
«Credo sia giusto preoccuparsi di beni strategici e flussi sensibili. Ma non dobbiamo dimenticare i meriti del commercio globale e del libero scambio. Il mondo sta facendo dei profondi passi indietro: ciò vale sia per la Gran Bretagna, quanto per l’Europa e l’America. La globalizzazione, oggi fuori moda, ha invece portato grandi benefici. Dobbiamo ricordare i vantaggi economici e culturali del libero mercato. Anche perché un mondo in cui i Paesi si guardano con sospetto, non commerciano e non dialogano, è meno sicuro. Bisogna ricordare che il liberismo è la migliore forma di diplomazia».
Che cosa pensa della crisi transatlantica?
«Il rapporto dell’Europa e quello della Gran Bretagna con l’America sono sotto pressione, anche per l’imprevedibilità del Presidente degli Stati Uniti. Però, quando Trump dice che l’Europa ha fatto troppo poco per la propria difesa, ha ragione. Tutti i Paesi europei, Gran Bretagna inclusa, devono aumentare la spesa militare e dipendere meno da Washington. È difficile capire quanto il cambiamento americano sia strutturale e quanto dipenda da Trump, ma non vedo la possibilità di una rottura del rapporto transatlantico anche perché è reciprocamente necessario. Però è necessaria anche una maggiore responsabilizzazione europea».
Come possono Gran Bretagna ed Europa tornare prospere?
«Non esistono soluzioni magiche. Il grande problema è l’invecchiamento delle nostre società. I costi pubblici aumenteranno enormemente e l’indebitamento peggiorerà. Serve pertanto una vera politica di risanamento fiscale. In Gran Bretagna, ma questo vale anche per l'Europa, nello specifico dobbiamo ridurre e ripensare la spesa per il welfare».
E sulla questione energetica?
«Servirebbe sul fronte della sicurezza energetica più realismo e meno dogmatismi inutili. Basti pensare che la Gran Bretagna importa gas dalla Norvegia, che lo estrae dallo stesso Mare del Nord in cui noi britannici non possiamo farlo per motivi ambientali. Il gas e le fonti fossili però sono importanti come fonte di riserva e non possono essere trascurati, anche perché le rinnovabili non reggono economicamente per il problema dell’intermittenza. Avere risorse significative e non usarle in una fase di scarsità è miope».
Che cosa pensa delle riforme di Javier Milei?
«Provo una certa ammirazione per Milei. Non so se abbia ragione ad ancorare il peso al dollaro ed anzi molti sono critici e potrebbe essere difficile da mantenere. Però le sue liberalizzazioni hanno avuto un impatto notevole. Ha fatto grandi progressi però deve fare molta strada ancora».
Che ricordo ha di Margaret Thatcher?
«Fu un privilegio far parte del suo governo dall’inizio alla fine. Erano tempi difficili, ma Thatcher lasciò la Gran Bretagna più forte di come l’aveva trovata. Cambiò il Paese. Come mi disse una volta, in politica non esiste una vittoria definitiva: ogni generazione deve combattere per le stesse battaglie. Aveva ragione. Alcuni progressi purtroppo sono andati perduti. Bisogna pertanto tornare a difendere tasse più basse, controllo della spesa pubblica, lotta al deficit e soluzioni ai nodi dell'invecchiamento. E l'unica risposta è puntare su libertà e responsabilità dei cittadini».
Come valuta il governo di Giorgia Meloni in Italia?
«Le rispondo con cautela, perché non sono un esperto di dinamiche italiane, ma mi sembra che Giorgia Meloni abbia superato le aspettative. Ha guidato il Paese con stabilità e pragmatismo. Ho avuto molti riscontri positivi sul suo operato».
Come valuta lo stato del conservatorismo britannico?
«I Tories affrontano, come tutti i partiti conservatori europei, la sfida dell’ascesa dei cosiddetti movimenti populisti. Dopo anni di tenori di vita stagnanti, i Conservatori devono recuperare credibilità davanti a un’opinione pubblica stanca del calo del potere d’acquisto, puntando sui veri problemi dei cittadini con un approccio pragmatico e basato sui contenuti. La vera sfida per il Partito conservatore, ma anche per la democrazia, è quindi capire se siamo ancora capaci di discutere i problemi in modo adulto e realistico».
Come valuta l'attuale segreteria Tories guidata da Kemi Badenoch?
«L’attuale leadership e il Cancelliere ombra si sono posizionati bene. Sono tra i pochi in Parlamento a dire cose sensate sull’economia.
Il problema è far capire che non esistono risposte facili e indolori».
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