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Rapina a Napoli, il colpo perfetto nel sottosuolo. “Banda esperta e organizzata, scavato a mano”

Foto: Lapresse

Ignazio Riccio
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“Non erano improvvisati. Chi ha scavato e si è mosso nel sottosuolo sapeva esattamente cosa stava facendo”. La valutazione, effettuata nel corso dell’intervista rilasciata al “Corriere del Mezzogiorno”, è dello speleologo Gianluca Minin, tra i massimi esperti delle cavità sotterranee di Napoli e già noto per il lavoro di valorizzazione della Galleria Borbonica, coinvolto ora come consulente tecnico nelle indagini sulla rapina alla filiale del Crédit Agricole di piazza Medaglie d’Oro. Minin è sceso più volte nella rete fognaria della zona interessata dal colpo per effettuare rilievi diretti. Ha realizzato una mappatura tridimensionale ad altissima definizione del sistema sotterraneo, utilizzando strumenti di scansione avanzata. Un lavoro che sarà ora messo a disposizione degli inquirenti per ricostruire con precisione il percorso di fuga della banda.

 

 

Secondo quanto emerge dagli accertamenti, i rapinatori non avrebbero utilizzato i cunicoli della cosiddetta “Napoli sotterranea”, ma la rete fognaria urbana. Un sistema complesso, profondo circa quattro metri in quel tratto, caratterizzato da diramazioni, bivi e punti di difficile orientamento. Come ricostruito dal dorso regionale del “Corriere della Sera”, il gruppo avrebbe sfruttato un varco realizzato nel sottosuolo per entrare e uscire dalla banca, utilizzando la rete fognaria come via di fuga e mantenendo un controllo preciso del percorso fino all’esterno dell’area urbana. “È importante non confondere i livelli del sottosuolo”, spiega Minin. “Le cavità storiche e le infrastrutture moderne sono mondi completamente diversi. Qui parliamo di fogne attive, non di percorsi storici o turistici”. Gli investigatori ritengono che la banda abbia studiato a lungo il tragitto. La presenza di numerosi incroci e diramazioni rende infatti improbabile una fuga improvvisata. “È verosimile che il percorso sia stato memorizzato in anticipo”, osserva lo speleologo, “per evitare errori che, in un ambiente del genere, possono diventare decisivi”.

 

 

Durante i rilievi è stato individuato anche un punto critico nel collettore principale: un foro nella parete della condotta che dovrà essere sigillato con urgenza. Una criticità che, se trascurata, potrebbe creare problemi idraulici in caso di piogge intense. “Se dovesse verificarsi maltempo significativo”, sottolinea Minin, “la situazione potrebbe complicarsi rapidamente. Per questo è stato già disposto un intervento tecnico di messa in sicurezza”. Un altro elemento rilevante riguarda le modalità di scavo del passaggio utilizzato per la fuga. Tutti gli indizi raccolti indicano un lavoro eseguito manualmente. “Non ci sono segni di mezzi meccanici”, precisa lo speleologo. “Si tratta di un’attività lenta, silenziosa e organizzata. È l’unico modo per operare in un contesto del genere senza attirare attenzione”. Questa ricostruzione rafforza l’ipotesi investigativa di un’azione pianificata nei dettagli, sviluppata nel tempo e non frutto di un colpo improvvisato. L’uso del sottosuolo come via di fuga presuppone infatti competenze tecniche e conoscenza approfondita della rete urbana.

 

 

 

Il caso riporta ancora una volta l’attenzione sulla particolare conformazione del sottosuolo di Napoli, una città costruita su più livelli storici e infrastrutturali. Tuttavia, precisa Minin, non tutto ciò che si trova sotto la superficie è accessibile o sfruttabile allo stesso modo: le reti fognarie, in particolare, richiedono competenze specifiche per essere percorse in sicurezza. A titolo di confronto, lo speleologo richiama la Galleria Borbonica, da lui studiata e valorizzata, che rappresenta una realtà completamente diversa: un’infrastruttura ottocentesca che si sviluppa a decine di metri di profondità e che fu progettata per collegare punti strategici della città e garantire una via di fuga alla famiglia reale. I lavori iniziarono nel 1835 e proseguirono per cinque anni, interamente a mano. Durante gli scavi furono affrontate difficoltà ingegneristiche notevoli, tra cui l’intercettazione dell’acquedotto cittadino, senza mai interrompere l’erogazione dell’acqua. Durante la Seconda guerra mondiale, la stessa galleria venne trasformata in rifugio antiaereo. In quel periodo, l’intero sottosuolo napoletano fu adattato a scopi di protezione civile: oltre duecento cavità furono utilizzate come ricoveri, e la Galleria Borbonica arrivò a ospitare fino a diecimila persone. Oggi, quel mondo sotterraneo torna al centro della cronaca non per la sua storia, ma per un’azione criminale che ha sfruttato le sue caratteristiche tecniche. Un intreccio tra infrastrutture invisibili e pianificazione criminale che apre nuovi interrogativi su vulnerabilità e controllo del sottosuolo urbano.

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