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Daniele Capezzone: il muro di gomma delle élites. Ma la gente vede il rischio Islam

Dialogo Il Tempo-Israel Hayom: l'intervento del direttore Daniele Capezzone

Daniele Capezzone
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Siamo lieti di annunciare l’avvio di un dialogo e di uno scambio di interventi e opinioni tra Il Tempo e Israel Hayom, il quotidiano più letto in Israele. Ecco l’intervento del direttore Daniele Capezzone che nei giorni scorsi è stato pubblicato su Israel Hayom. A questo link l’intervento del direttore del giornale israeliano, Omer Lachmanovitch.

Scrivo queste righe come direttore di un giornale italiano che non ha mai nascosto la propria collocazione filoisraeliana. Lo faccio rivolgendomi a un pubblico israeliano perché credo utile, e doveroso, restituire un quadro onesto del clima che si respira oggi in Europa sul tema Israele. Un quadro che contiene due elementi opposti, destinati a convivere ancora a lungo.

Il primo elemento è preoccupante e, per molti versi, desolante.

Esiste in Europa un clima di pregiudizio e di ostilità politica e mediatica nei confronti di Israele che ha raggiunto livelli difficilmente immaginabili solo dieci anni fa. Non si tratta soltanto di critiche alla politica di un governo: si tratta di una narrativa dominante che trasforma la legittima difesa di uno Stato ebraico democratico in «aggressione», «occupazione», «genocidio». Le redazioni, le università, i partiti della sinistra istituzionale e gran parte della diplomazia europea hanno interiorizzato un lessico e una griglia interpretativa che rendono quasi impossibile qualsiasi ragionamento equilibrato.

 

Dopo il 7 ottobre questa ostilità non si è attenuata: si è radicalizzata. Il muro è spesso ideologico, culturale, quasi teologico. Romperlo è estremamente difficile. Chi prova a farlo viene etichettato, isolato, a volte minacciato.

Esiste però un secondo elemento, e qui sta un motivo concreto di ottimismo. Al di sotto dello strato mediatico e politico ufficiale, il sentimento popolare europeo – soprattutto in Italia, ma non solo – mostra una crescente e sana diffidenza verso l’islam politico e verso le forme di immigrazione che lo importano e lo rafforzano. Non è razzismo. È realismo. È la reazione di società che hanno visto, nei propri quartieri e nelle proprie città, le conseguenze della radicalizzazione, dell’antisemitismo importato, della pressione demografica e culturale che rifiuta di integrarsi. Questo sentimento non è ancora maggioritario ovunque e non è organizzato, ma è reale, e sta diventando sempre più esplicito. È un fattore che le élite cercano di censurare o di criminalizzare, ma che non riescono più a cancellare.

La differenza tra i due piani è strategica. Sul primo – l’ostilità delle istituzioni e dei media – le possibilità di intervento rapido sono limitate. Sul secondo – il realismo diffuso dell’opinione pubblica – si apre invece una chiave di iniziativa culturale e politica. Israele non è solo un alleato militare o diplomatico: è il laboratorio vivente di una civiltà che ha saputo resistere alla minaccia islamista senza rinunciare alla propria identità. Raccontare questa realtà, senza complessi e senza retorica, può incontrare un ascolto ben più ampio di quanto i giornali europei lasciano intendere.

Il compito di chi, come me, dirige un giornale italiano filo Occidente è precisamente questo: continuare a parlare a quella parte della società che non ha dimenticato cos’è la minaccia islamista e che riconosce in Israele non un "problema", ma un esempio. Il muro delle élite resterà alto ancora a lungo. Ma il terreno sotto quel muro sta cambiando.

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