Cosa ci sfugge nel rapporto tra Sigfrido e Valterino. Tre ipotesi
Sta tutto lì, in bella vista sotto i nostri occhi, proprio come nel romanzo di Edgar Allan Poe («La lettera rubata»), in cui l’oggetto da nascondere – la lettera, appunto – era in evidenza in un portacarte del ministro nel suo appartamento, cioè nel posto teoricamente più visibile. Come dire: a volte quella che sfugge è proprio la cosa più evidente.
Prendete l’ordinanza del gip sul caso Lavitola-Ranucci, e andate alle pagine 116, 117 e 118. Vi basteranno tre minuti di lettura per rimanere sgomenti. Facciamola semplice. Mettiamo che una persona che reputavate amica fosse stata beccata dalle parti di casa vostra e poi fosse stata accusata di aver organizzato un attentato ai vostri danni. Insomma, che quella presenza (con telefonino cellulare tracciato) coincidesse con il sopralluogo pre-attentato.
Presto, un alibi per Lavitola... Quella stranissima telefonata con Ranucci
Ecco, se poi quella persona vi chiamasse al telefono, voi che fareste? La mandereste solennemente affanculo (come si dice a Oxford) oppure vi prodighereste con lei per cercare ingegnosamente un alibi a suo favore?
Incredibilmente, Sigfrido Ranucci (la vittima), conversando con Valter Lavitola (il presunto mandante), ha scelto la seconda opzione. E nel surreale dialogo riassunto in quelle tre pagine, è proprio il conduttore di Report che si sforza per cercare giustificazioni plausibili e alibi convincenti a favore di Valterino.
Leggete l’analisi del nostro Paolo Pandolfini, leggete poi il delizioso commento di Andrea Venanzoni (e infine il retroscena di Angelo Jannone) e fatevi direttamente la vostra opinione.
Mettiamola così: da un punto di vista razionale e astratto, sono possibili solo tre spiegazioni. La prima è che i due fossero d’accordo anche sul progetto dell’attentato: ma questa spiegazione dobbiamo escluderla visto che il gip qualifica Ranucci come vittima inconsapevole. Dunque, per evidenti ragioni di garantismo, questa ipotesi va accantonata, almeno allo stato delle nostre conoscenze.
La seconda è la spiegazione adottata dal gip: e cioè che Ranucci fosse «manipolato» da Lavitola. E, se si segue questa strada, si deve pensare che l’uomo di Report sia stato davvero soggiogato psicologicamente per arrivare a quel punto di misericordiosa comprensione.
La terza ipotesi è che, per ragioni che non conosciamo, i due (pur senza essere d’accordo sulla messinscena dell’attentato, e pur non essendo rispettivamente un manipolatore e un manipolato) avessero motivi per non mollarsi reciprocamente: altre partite in comune, altri vincoli di solidarietà amicale e intellettuale, altre ragioni per non danneggiarsi a vicenda.
Presto, un alibi per Valterino. Quella stranissima telefonata tra Ranucci e Lavitola
— IL TEMPO (@tempoweb) August 12, 2026
Covid, Lisei : "Uno scandalo Fauci c’è anche qui da noi"
Flaminio, ma quale trionfalismo: il progetto va rifatto
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Tornano alla mente un paio di altre curiose dichiarazioni pubbliche di Lavitola, quando al Tg1 disse di non aver gradito una formula dubitativa usata da Ranucci sulla loro amicizia, e soprattutto quando (10 luglio, intervista al quotidiano Domani) sibilò: «Se questo stronzo dice di avere anche un minimo dubbio sul fatto che possa essere stato io, vado lì dove si trova e gli sputo in faccia. Lo scriva».
Ecco, non vi pare strana una relazione in cui il presunto mandante di un attentato dà dello «stronzo» alla presunta vittima, e la presunta vittima si prodiga a cercare alibi e spiegazioni per il presunto mandante? Tutto normale?
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