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Baby gang, la tolleranza zero è rispetto verso le vittime

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Foto: Lapresse

Samuele Murtinu
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A Parma, dopo un semplice rimprovero, due insegnanti delle scuole superiori sono stati aggrediti, spintonanti e presi a cinghiate da un gruppo di ragazzi. Al di là della solita insopportabile retorica politicamente corretta per cui i dettagli sugli aggressori vengono omessi, il fatto grave è la dichiarazione del Provveditore secondo cui, dal momento che non vi sono feriti, la scuola deve educare e non sanzionare. Al di là dello sconcerto, tale posizione denota, da un lato, una resa alla violenza delle baby gang e, dall’altro, una presunta incompatibilità, quasi ontologica, tra repressione ed educazione. Un’incompatibilità che non esiste. Tuttavia, la soluzione di breve periodo a tali comportamenti violenti non può che essere repressiva. Lo dimostra la storia.

La cosiddetta “dottrina Giuliani”, caratterizzata da tolleranza zero per reati violenti contro le persone anche di lieve entità, presenza massiccia di forze dell’ordine nelle aree critiche e nessuna eccezione, ha funzionato. E i numeri che la supportano non sono fascisti: sono numeri. New York negli anni '90 era una città fuori controllo. L'applicazione sistematica della broken windows theory (proposta nel 1982 da James Q. Wilson e George Kelling in un articolo sul the Atlantic Monthly) secondo cui, in soldoni, reprimere i reati minori aiuta a prevenire quelli maggiori, ha prodotto un crollo storico della criminalità violenta. Questa non è ideologia: è un esperimento sociale con risultati misurabili. Chi oggi la rifiuta in nome dell'antidiscriminazione non offre alcun modello alternativo che abbia mai funzionato alla stessa scala. La narrativa del “povero quartiere discriminato” protegge i criminali, non le vittime. Quando la mera applicazione della legge in certe aree viene sistematicamente etichettata come razzista o fascista, il risultato pratico è il ritiro della polizia (o quantomeno un forte disincentivo ad agire da parte delle forze dell’ordine) e a pagarne il prezzo sono i residenti onesti di quegli stessi quartieri, non i commentatori progressisti che abitano altrove.

Le prime vittime delle baby gang sono i coetanei, i commercianti, gli anziani della stessa comunità: persone private di quella che Isaiah Berlin chiamava libertà negativa, ovvero la possibilità di agire e vivere senza interferenze coercitive. Chiamare “discriminazione” la loro tutela è un lusso ideologico e una ulteriore violenza contro le vittime. Il crimine di strada non si combatte con le attenuanti sociologiche. La sinistra risponde al fenomeno delle baby gang evocando cause profonde: disagio, esclusione, povertà. Analisi che hanno una loro logica nel lungo periodo, ma che nel breve periodo lasciano i quartieri in ostaggio. La tolleranza zero verso le baby gang non nega il contesto sociale: stabilisce, semplicemente, che quel contesto non autorizza nessuno a rapinare, picchiare o intimidire. Le baby gang minacciano i diritti fondamentali di lockiana memoria – vita, libertà e proprietà – la cui protezione rappresenta la precondizione per qualsiasi convivenza civile: non dimentichiamolo mai.

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