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Capezzone: le tre strade a disposizione di Marina Berlusconi. Intanto, più campo santo che campo largo dopo due mesi di narrazione farlocca

Foto: Il Tempo

Daniele Capezzone
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C’è un gran vociferare, tra Milano e Roma, sulle intenzioni politiche di Marina Berlusconi. A volte, leggendo qua e là oppure ascoltando persone che si ritengono «informate», si ha la sensazione di una sorta di vaniloquio, di un parlare per far credere di «sapere». È il classico esercizio dell’«interpretazione della volontà presunta»: cosa che immagino induca al sorriso in primo luogo l’interessata, che scopre ogni giorno di avere sconosciuti esegeti e aspiranti portavoce. Noi, qui a Il Tempo, ci teniamo alla larga da queste acrobazie poco rispettose, e ci limitiamo a un rigoroso esercizio di logica. Dal quale emergono tre strade teoricamente a disposizione della presidente del Gruppo Mondadori. La prima sarebbe l’ingresso diretto in politica. Ipotesi dirompente: si tratterebbe per giorni di una delle prime notizie sulla stampa di mezzo mondo, e potrebbe indubbiamente suscitare attese ed entusiasmo. Ma al tempo stesso sarebbe la soluzione più rischiosa: esposizione pubblica totale, avversari scatenati, paragone inevitabile con il papà. La seconda strada potrebbe essere quella di una «regia» politica. In una forma o nell’altra, cioè, puntare a determinare le scelte di Forza Italia (strategia, tattica, alleanze, temi prioritari) pur senza l’assunzione di una leadership politica formale. Anche qui i rischi non sarebbero piccoli: l’esposizione alla polemica pubblica sarebbe altrettanto forte, e si aggiungerebbe il tema non marginale del rapporto con la filiera dei dirigenti effettivi di quel partito. Resterebbe dunque una terza strada, probabilmente la più interessante e congeniale agli impegni imprenditoriali di Marina Berlusconi, oltre che la più naturale: quella di incarnare un «punto di rappresentanza valoriale», la garante di alcuni princìpi, senza coinvolgimenti politici diretti o indiretti. Indicare obiettivi alti, segnalare temi, incoraggiare la discussione pubblica in quelle direzioni.

Certo, anche questa terza ipotesi richiederebbe, da parte di Mediaset (nella sua autonomia e libertà di linea editoriale, ovviamente), una riflessione di fondo su una programmazione televisiva che quest’anno ha spesso oggettivamente spiazzato molti telespettatori. Non si tratta, a mio personale avviso, di «leggere» i programmi alla luce dei desideri dei partiti alleati, ma di non dimenticare i sentimenti della mezza Italia di elettori non di sinistra che ormai in tv non trovano quasi più rappresentanza e voce. Ed è un gran peccato, culturalmente prim’ancora che politicamente. Tornando alle tre strade descritte, oggi non sappiamo quale sarà la soluzione che verrà infine prescelta. Ho solo un ricordo da aggiungere, anche personale e diretto (per una breve stagione che ricordo con grande piacere). Silvio Berlusconi, che dal 1994 fece tutte e tre le cose (leader, regista, ispiratore), nei suoi momenti migliori seppe conciliare due spinte opposte: per un verso, indicò obiettivi radicalmente liberali (su tasse, giustizia, burocrazia: poi cosa sia stato raggiunto o meno, cosa sia stato realizzato e cosa no, è oggetto di giudizi differenti); per altro verso, non escluse ma incluse tutto ciò e tutti coloro che fossero alternativi alla sinistra. Nel 1994 unì l’Msi (non ancora diventato Alleanza Nazionale) e la Lega di Bossi e Borghezio; in anni successivi, accolse in coalizione La Destra di Francesco Storace. Cercò (e in alcuni momenti, purtroppo non strutturalmente, realizzò) il dialogo con Marco Pannella, e contestualmente con forze cattoliche e di destra. Diede vita a uno spazio (il centrodestra unito) aperto a chi ne era naturalmente parte, ma offrì ospitalità pure a chi si sentiva politicamente senza casa. Ecco: in vista del 2027, con una sinistra che unirà di tutto e di più (scherzando, potremmo dire: dai centri sociali a Matteo Renzi), anche il centrodestra non dovrebbe aver paura di essere aperto e plurale. Le difficoltà non mancheranno, ma esiste un’Italia ancora maggioritaria che si riconosce in Fdi-Lega-Fi, come ha mostrato il turno amministrativo di ieri: occorre unire e allargare ancora, in ogni direzione ragionevolmente compatibile. Senza pregiudizi, senza preclusioni.

Ps Cambiamo tema. Povera sinistra, più campo santo che campo largo. Davanti a una scadenza amministrativa che era e resta relativamente significativa, e che coinvolgeva pochi grandi centri, erano già scatenati tamburi e tamburini pronti a dare il ritmo su una presunta "inevitabile" affermazione della sinistra. Peccato per i compagni che le cose siano andate ben diversamente: trionfo per il centrodestra a Reggio Calabria e pure a Venezia. Nel capoluogo veneto, la sinistra si era giocata il tutto per tutto: battage sulla Venezi presa a bacchettate, sul gran caos della Biennale, più candidati bangla come se piovesse. Risultato? Un bagno memorabile. Solita storia: narrazione contro realtà. Un po’ come i sondaggi nazionali che avrebbero accreditato un sorpasso che non c’era. Lettura farlocca, smentita da Luigi Crespi sabato scorso sul Tempo: su cinque istituti, tre danno avanti il centrodestra, due vedono un pareggio. Nessuna vittoria della sinistra nel 2027, meno che mai conclamata o scontata. Insomma, si è costruita e poi spacciata una profezia destinata (nelle speranze dei soliti noti) ad autoavverarsi. Ma gli elettori l’hanno ridotta a carta straccia. Bene così.

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