Capezzone: il regime in Iran è alle corde, la sinistra e gli “esperti” anche
Leggetele bene le frasi pronunciate ieri da uno dei «triumviri» iraniani, Masoud Pezeshkian, che ha trasmesso l’ordine di non attaccare più i paesi del Golfo, a meno - ha precisato - che da lì non giungano operazioni contro Teheran. Queste parole, così diverse e dimesse rispetto ai fiammeggianti proclami dei giorni precedenti, raccontano almeno due cose. La prima è l’evidenza di un regime alle corde, sfiancato militarmente e isolato diplomaticamente dopo soli otto giorni di guerra. E così, mentre Khamenei junior è sparito (ieri mattina, con doverosa prudenza, Il Tempo ha raccolto e proposto ai lettori le voci su una sua possibile eliminazione nel corso di un bombardamento israeliano: ieri pomeriggio la notizia è stata corretta nel senso di un suo ferimento, ma nulla può essere escluso), il suo sodale Pezeshkian è arrivato a scusarsi con gli altri paesi arabi: una clamorosa ammissione di debolezza.
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La seconda evidenza è quella di un apparato diviso: forse la componente «politica» non ha più nemmeno il controllo totale della parte militare. Ora, dal nostro punto di vista, resta comunque raccomandabile molta prudenza nei giudizi: non illudiamoci che tutto si concluda necessariamente in modo rapido e indolore, perché una bestia ferita può sempre colpire, e sia gli ayatollah sia i pasdaran sono per definizione disposti a qualsiasi follia. E però (ecco il punto), in soli otto giorni la guerra sta andando molto bene per chi crede nella libertà. Questo giornale si onora di aver cantato fuori dal coro rispetto a troppe altre testate, possedute da un’ossessione anti-Trump che ha portato troppi osservatori a perdere lucidità. Sono stati tanti, qui in Italia, sulla carta stampata e in tv, a tentare una rozza operazione di propaganda contro il governo: citavano (in positivo) Sanchez e (in negativo) Trump, ma avevano in mente solo il referendum del 22 marzo. Per fregarvi, amici lettori, per mescolare abusivamente guerra e giustizia, e in ultima analisi per portarvi – guidati dalla paura – a commettere l’errore di non votare lasciando campo libero alle balle del No. Ora possiamo dirlo con ancora maggior forza: sinistra e media di riferimento, con contorno di cosiddetti «esperti», si sono rivelati sleali, inaffidabili, pronti solo a strumentalizzare tutto, a piegare gli eventi alle loro convenienze. Non meritano alcuna fiducia.
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Dopo di che, resta lo spazio per un momento di autoanalisi più profonda, per ragionare su come siamo portati a ragionare anche noi che siamo in buonafede, noi persone normali, non ossessionate dalla faziosità e dal pregiudizio. Ecco: è come se non fossimo più capaci di aspettare oltre il limite delle ventiquattr’ore. Oggi, nell’era di Amazon e Netflix, vogliamo consumare oggetti e prodotti ritagliati sulla nostra precisa esigenza, vogliamo una specifica sfumatura (e non siamo disposti a ripiegare su un’alternativa), vogliamo un prodotto in tutto e per tutto adatto e adattato al nostro desiderio di quel momento. E lo vogliamo subito: consegnato in mezza giornata. Questa rivoluzione psicologica è inevitabilmente arrivata alla politica e alla comunicazione. E tutto quello che ci costringe ad attendere (anche solo gli otto giorni, fino a ora, di questa guerra) ci mette ansia, ci fa divorare dall’incertezza, ci rende insofferenti ben oltre una razionale soglia di motivata preoccupazione. Attenzione, però: questo è esattamente ciò su cui contano i regimi, da Pechino in giù. Loro lavorano sui tempi medi o addirittura lunghi, e confidano che le nostre società non abbiano la tenuta nervosa per reggere davanti a qualsiasi tensione. Sarà meglio attrezzarci, anche su questo terreno.
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