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La Giustizia che disintegra vite (e aziende). Il caso di Mario Ciancio Sanfilippo

Davide Vecchi
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Un polo editoriale distrutto, centinaia di giornalisti e operatori (con relative famiglie) precipitate nella disoccupazione, un tracollo finanziario improvviso causato da un maxi sequestro da 150 milioni disposto dal tribunale di Catania ai danni dell’editore Mario Ciancio Sanfilippo perché a processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Era il 24 settembre 2018. Ciancio aveva 86 anni. Dall’anno prima era indagato ma il gup aveva negato il rinvio a giudizio e archiviato. Un ricorso in Cassazione e al secondo tentativo il gip Loredana Pezzino ha disposto il rinvio a giudizio con conseguente sequestro di tutti i beni di Ciancio che è stato da allora indicato e raccontato come fiancheggiatore della mafia perché, tanto, «lo scrivono i pm nelle carte: queste sono le accuse». Ieri è stato assolto perché «il fatto non sussiste».

Ciancio ha ora 91 anni. Il suo impero è andato distrutto. La sua dignità, il suo nome calpestati. È solo l’ultimo di tanti casi, di tante inchieste e processi eclatanti celebrati sui giornali e poi finiti in nulla, delle tante vite – e famiglie – violentate, calpestate, azzerate. E c’è ancora chi si oppone alla modifica di questa roba che ci ostiniamo a chiamare Giustizia ma che giustizia proprio non è.

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